50 PRIMAVERE, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere.

50 primavere (Aurore, Francia, 2017) di Blandine Lenoir con Agnès Jaoui, Thibauld de Montalembert, Pascale Arbillot, Lou Roy-Lecollinet, Sarah Suco, Samir Guesmi

50 primavere (Aurore, Francia, 2017) di Blandine Lenoir con Agnès Jaoui, Thibauld de Montalembert, Pascale Arbillot, Lou Roy-Lecollinet, Sarah Suco, Samir Guesmi

Il vero, espressivo, speranzoso – in un nuovo inizio – titolo di questa commedia realizzata da Blandine Lenoir, di solito attiva davanti alla macchina da presa, è Aurore, ossia il nome della protagonista (la sua età precisa, a dispetto di quanto suggerito dalla distribuzione italiana, non viene mai menzionata), costretta ad affrontare simultaneamente un nuovo capo beota, la menopausa, la gravidanza di una figlia (Sarah Suco) e la partenza dell’altra (Lou Roy-Lecollinet). La donna, divorziata e ulteriormente confusa dal ritorno di fiamma – che si somma alle fastidiose caldane – per il ritrovato Totoche (Thibauld de Montalembert), è incarnata da Agnès Jaoui, spesso autrice (e perfino regista) delle storie che interpreta e che qui ha solo collaborato alla sceneggiatura. La sua centralità nel plot non è un dettaglio da poco, perché ci obbliga finalmente a rimarcare quale grande attrice sia, capace di sorreggere un film relativamente atono (ma non per questo spiacevole, chiariamo). Ad affermarlo senza tema di smentita basterebbe unicamente la sequenza onirica in cui si rivede nelle vesti di una cameriera-soprano che gorgheggia L’amour dalla Carmen di Bizet. Grazie a lei, che danza pure sulle note di Nina Simone e guarda il vecchio È nata una stella in inglese, l’unico elemento in fondo davvero sfasato della pellicola è un incendio nel prefinale: per l’atteso risvolto sarebbe bastato un espediente narrativo meno traumatico.

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