IL LAVORO SNOBBATO DA CHI CE L’HA, Riflessioni

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Gli ultimi casi di dipendenti pubblici che timbravano il cartellino (o se lo facevano timbrare da colleghi compiacenti) per poi andarsene in giro a farsi i propri comodi, da Sanremo ad Acireale, ci fanno comprendere (anche per via dell’elevato numero delle persone coinvolte) come non si tratti di casi isolati, bensì di una prassi diffusa e consolidata da tempo in tutto il territorio del nostro paese, da Nord a Sud.

L’ultima notizia, quella di Acireale, l’ho letta quasi in contemporanea a un’altra notizia, relativa a uno dei tanti casi di suicidio per mancanza di lavoro. A Villabate, in provincia di Palermo, un uomo, disoccupato da anni, muore dandosi fuoco all’interno della propria auto.

Si dirà che è facile e banale far emergere il contrasto stridente fra le due notizie. Entrambe le situazioni, purtroppo, non occupano più le prime pagine dei giornali. Siamo talmente abituati a un malcostume che sembra quasi insito o divenuto parte del nostro dna e, al contempo, alla disperazione di quei poveri disgraziati, che non hanno più un barlume di speranza al quale appigliarsi per arrivare a fine mese, che entrambe le vicende scivolano addosso sulla nostra pelle, quasi come acqua tiepida, buona neppure a farci rabbrividire (altro che doccia gelata).

Eppure, stavolta, non mi va di farmela scivolare via così e non in silenzio. Perché, a mio avviso, come sempre, il problema vero sta proprio lì, nel silenzio e nell’accettazione di un male che sembra inevitabile. Noi non ci indigniamo nei confronti di certi comportamenti. Sì, certo, commentiamo la notizia sui social e, quando si tratta di deplorare in astratto, lo facciamo. Ma, quando ce li troviamo di fronte coloro che commettono certe cose, rimaniamo in silenzio, non denunciamo, accettiamo passivamente. La verità è che ci sono nella società regole scritte e regole non scritte. Timbrare il cartellino e assentarsi dal lavoro è, in astratto, una violazione della legge, ma, in concreto, è un comportamento tollerato dalla morale comune. Probabilmente chi si accinge a commettere certi comportamenti si asterrebbe o non si sentirebbe così tranquillo, se fosse consapevole che la sua condotta potrebbe causargli vergogna, disistima e disprezzo da parte del tessuto sociale in cui vive e prospera. Ma il disprezzo non c’è, perché, in fondo, fare i furbi nella nostra società è considerato il male minore. Non è soltanto tollerato ma, spesso e volentieri, è un comportamento normale o addirittura stimato da chi pensa che non approfittarsi per fare i propri interessi, quando lo si può fare, è da minchioni.

La gente muore per mancanza di lavoro e, al tempo stesso, c’è chi considera quel “posto fisso” talmente scontato, che può permettersi di snobbarlo, come una sorta di diritto acquisito, a prescindere da qualsiasi propria necessità di meritarlo. E ciò mi fa pensare che, presumibilmente, molti di questi non l’hanno ottenuto onestamente quel lavoro. Chi ha faticato e sudato per raggiungere un agognato obiettivo, difficilmente non ne comprende il valore e altrettanto difficilmente lo metterebbe a rischio per andarsi a fare la spesa. E anche questo, l’acquisizione di un lavoro per “raccomandazione” e non per meriti personali, è un dato scontato e tollerato. Un altro comportamento normale, acquisito nel rango di norma socialmente accettata.

Ma, allora, mi chiedo, perché ci indigniamo per i politici che rubano? O per i casi di corruzione nella gestione della cosa pubblica che, oramai, sono cronaca quotidiana? Perché non si comprende che il male maggiore nasce sempre e comunque dal male minore?

Ciò che manca è lo stantio e antiquato concetto di “onestà”, inteso come valore primario, come quella caratteristica imprescindibile che consenta di dare “dignità” alla persona. E questo concetto dovrebbe partire dal rubare una mollichina di pane. Perché godere del privilegio di un lavoro non meritato non è soltanto rubare denaro alla comunità, è anche e soprattutto rubare la vita a chi quel lavoro non ce l’ha.

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo “L’estate è finita”. Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, “Sotto il cielo di Santiago”, con la Casa Editrice Genesis Publishing. Nel 2018 “Prima che sia primavera” con Il Seme Bianco.
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2 commenti su “IL LAVORO SNOBBATO DA CHI CE L’HA, Riflessioni

  1. carissima Rita quello che scrivi è sacrosanta verità ma se guardiamo alla nostra storia di popolo dobbiamo ammettere che sempre siamo stati deisti alla non onestà. pochi momenti di essa sono stati “rivoluzionari” è sono stati 3: l’esperienza dei Comuni che portò alla feudalizzazione, la Giovine Italia Mazzinana che finì con la presa del potere della massoneria inglese che sponsorizzò la finta unità e la resistenza partigiana finita con la americanizzazione del Paese. Chi ha la mia età potrebbe raccontare di centinaia di persone che conosce nell’amministrazione pubblica che sempre è ripeto sempre ha fatto così. tutto questo è la base anche della mafia:omertà. da quanto sentiamo il sentore tra guelfi e ghibellini in tutto: il tifo, la politica, la famiglia, la scuola e tanto altro. Vorrei ricordare che questo popolo nel 46 votò per la monarchia, la repubblica vinse solo perchè gli alleati avevano deciso che fosse così è manipolarono le schede. Tra il 48 e il 56 si posero tutti con lady è la chiesa anche a sinistra in nome dei miliardi del piano marshall. Prebende e corruzione li portiamo dentro il nostro dna dai tempi carolingi del Sacro Romano Impero. Potrei continuare all’infin ito con gli esempi quindi mi taccio. Solo cambiando cultura possiamo cambiare ma credo che non avverrà nell’epoca di Volo e Zalone. Grazie del bell’articolo.Max

    • ilgirodelmondoconunlibro il said:

      Grazie anche a te per il commento, Max. Anche se concordo con te sui tempi lunghi del cambiamento, io voglio credere che avverrà e che ognuno di noi, nel suo piccolo, sia importante per questo. A presto

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