ALADDIN, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere. 

Aladdin (id., USA, 2019) di Guy Ritchie con Mena Massoud, Will Smith, Naomi Scott, Marwan Kenzari, Navid Negahban, Nasim Pedrad

Subito dopo Dumbo (fregiatosi un po’ vanamente d’un autore come Burton) e un paio di mesi prima de Il re leone (affidato al già esperto Favreau), con questo divertissement di Guy Ritchie (che, per fortuna o purtroppo, riesce a inserire qualcuno dei suoi fronzoli) avanza il “saccheggio” dei classici animati disneyani restituiti in live action (se così si vuol dire, in barba al massiccio impiego della computer graphics che dà vita, nella fattispecie, a scimmie, pappagalli, tigri, tappeti). Aladdin (il pimpante Mena Massoud) è ancora il ladruncolo di buon cuore che sgattaiola fra le case dell’antico regno in cui abita e s’innamora di Jasmine (Naomi Scott), figlia del sultano (Navid Negahban, doppiato in italiano da Gigi Proietti, in omaggio alla sua scatenata performance vocale nell’originale del 1992); ma la ragazza è – giusto così – ulteriormente emancipata, mentre il perfido cospiratore Jafar (Marwan Kenzari) è più piacente, il che lo rende maggiormente subdolo. E poi c’è il vero cuore del film, l’evanescente, gigantesco genio blu (l’alacre Will Smith, timoroso di confrontarsi con Robin Williams e prevalso su Jim Carrey), sbucato da una bramata lampada, il quale con i suoi tre desideri cambia la vita del protagonista. Proprio dai suoi numeri, per quanto piacevoli, si capisce una volta di più che i cartoons restano inarrivabili e che “inseguirli” non ha molto senso. D’altronde, non manca lo spettacolo. Che riempie.

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