BEAUTIFUL BOY, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere. 

Beautiful Boy (id., USA, 2018) di Felix van Groeningen con Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney, Amy Ryan, Kaitlyn Dever, Timothy Hutton

Tratto dalle autobiografie del giornalista David Sheff e di suo figlio Nic, il primo film anglofono del belga Felix van Groeningen (Alabama Monroe – Una storia d’amore) narra la drammatica vicenda del più giovane dei due (interpretato dal “dilagante” Chalamet), dipendente da alcool, droghe e farmaci, ma anche (e, per certi versi, soprattutto) del genitore (l’affidabile Carell) che, passando attraverso delusioni e progressiva sfiducia, cerca disperatamente di strapparlo ai suoi vizi. La sceneggiatura (che ha vari punti di contatto con il recente Ben Is Back), approntata dallo stesso regista con Luke Davies, si serve di un elegante intreccio di flashback che ci mostra Nic in varie fasi della sua crescita (nella versione dodicenne ha il volto di Jack Dylan Grazer), da studente promettente dai gusti musicali definiti a tenero fratellastro (la separazione dei suoi – nel ruolo della madre troviamo la solida Amy Ryan – forse è l’origine dei suoi mali, a giudicare dall’insistenza con cui sono mostrati i litigi telefonici), fino a bugiardo cronico, capace di tutto per procurarsi una dose. Più di una volta il ragazzo rischia la morte, e in tal senso il plot, nel suo percorso, funziona. Però rischia di divenire un monito meccanico, leggermente compiaciuto e non imprevedibile, a scapito della commozione che vorrebbe suscitare. Probabile che manchi della vera introspezione; non vuol dire che il tentativo sia completamente sbagliato.

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