CAFFÈ DI NOTTE, Sabino Russo

– FOTO PRELEVATE DAL WEB –

Caffè di notte

mossi ancora qualche passo e mi trovai in un luogo del tutto diverso.

Era scesa la notte; buia, ma una lanterna emanava un intenso alone di luce giallo zolfo che si diffondeva su tutto l’ambiente circostante.

La pavimentazione stradale era quella ormai desueta, tipica d’altri tempi : il classico ‘pavé’.

Al di là d’un portone scuro, al pari della notte scura, si stendeva una lunga pedana in legno, ingiallita dalla luce di una lanterna appesa al pergolato che faceva da copertura.

Sulla pedana e intorno ad essa dei tavolini rotondi a tre piedi in ferro battuto e, vicine tra loro, diverse sedie casualmente disposte.

Alcune vuote, quelle più vicine a me; poi, più in là, scorgevo diversi avventori seduti a gruppetti attorno ai tavoli.

Un cameriere, che anche a distanza mi apparve altissimo, girava tra i tavoli raccogliendo le ordinazioni.

Sul selciato della via antistante alcuni pedoni di passaggio.

Appena più distanti, uno sfondo di case dalla facciata buia. Le tante finestre illuminate rimandavano però l’idea della vita che si svolgeva all’apparenza tranquilla all’interno.

Mi sarei aspettato un cielo cupo, data l’ora, ma, volgendo lo sguardo verso l’alto, vidi un manto azzurro scuro trapuntato da stelle che mi parvero brillanti e immense, pur nella loro irraggiungibile distanza.

La percezione del vocio dei clienti e di una musica che giungeva flebile dall’interno mi convinsero ad avanzare ancora di qualche passo lungo il mio percorso.

Mi ritrovai così’ all’interno di quel caffè notturno.

Anche qui la luce di tre enormi lanterne sulfuree condizionava i colori di tutto l’ambiente. Persino il tavolo del grande biliardo che campeggiava al centro della sala e che avrei immaginato color verde prato, veniva in modo innaturale ingiallito e rimandava una sensazione di abbandono, squallore, solitudine, forse anche perdizione, che mi pareva avvolgesse l’intesa sala.

Nessun giocatore. Stecca e palle tristemente abbandonate sul piano giallo-verdastro, mentre un altro cameriere, con indosso un camice bianco sporco, immobile davanti al tavolo, sembrava quasi trapassarlo con uno sguardo vuoto ed assente.

Tutt’attorno sedie, tavolini e clienti dall’aria triste, forse un po’ anche brilli.

Bottiglie e bicchieri rimanevano sciattamente abbandonati, mezzi vuoti sui tavoli ancora sporchi.

Non me ne resi conto, ma doveva essere abbastanza tardi; un orario ormai prossimo alla chiusura.

Con la testa poggiata sulle braccia incrociate su un tavolo quasi ad angolo, un uomo sonnecchiava con un berretto in testa e, un po’ più in fondo, una coppia d’innamorati…anch’essi infelici? Chissà.

Fui scosso da un brivido e veloce mi attraversò un pensiero: questo è un posto dove ci si può rovinare o nel quale si entra quando ci si è già rovinati. Ci si può ubriacare, perdere gli ultimi soldi, decidere di commettere un delitto, meditare un suicidio.

Alzai gli occhi verso il muro di fronte. Un grande orologio da parete segnava l’una e un quarto.

Notte fonda.

Indietreggiai di qualche passo e, prima di proseguire, lessi quel che c’era scritto sulla targhetta tra le due immagini.

Vincent Van Gogh: A sinistra, Esterno di Caffè in Place du Forum, a destra, Caffè di notte – Arles.”

Sabino Russo

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