C’ERA UNA VOLTA IL NATALE, Riflessioni

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FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Faccio una premessa. Questa non vuole essere una riflessione morale o nostalgica sul cambiamento dei costumi e della società o sul significato religioso del Natale. In giro se ne sentono già troppe e me ne guarderei bene. È semplicemente una riflessione, assolutamente personale e nata dai ricordi e dall’osservazione di quanto accade intorno a me in questo periodo dell’anno.

Dunque… C’era una volta il Natale. Prima. Quando quelli che hanno all’incirca la mia età (quarantenni e oltre) erano bambini. Si aspettava con ansia e desiderio il giorno in cui si tirava fuori l’albero, con tutte le sue decorazioni. Fare l’albero di Natale era considerato un rito ed era bello quasi quanto stare a guardare, per ore, le sue lucine intermittenti alla sera. Eppure, erano alberi semplici, con decorazioni semplici, un po’ si somigliavano tutti.

A partire dalla vigilia della Madonna, ininterrottamente fino al giorno della Befana, le famiglie si riunivano in casa. Ricordo che si facevano a turno gli inviti e, quasi tutte le sere, si trascorrevano ore e ore, fino a tarda notte, a giocare a carte o a tombola, mangiare, gustare dolci e panettoni, spiluccare noccioline e semenza. Si respirava il piacere di stare insieme.

Settimane prima, con calma e senza frenesia, si compravano i regali. Si sceglievano con la gioia di donare e di dedicare a ciascuno un pensiero che si sapeva avrebbe fatto piacere, non con l’urgente necessità di togliersi un’incombenza dalla testa. Si sceglieva anche il vestito buono da indossare per la festa di Capodanno. Giorni prima si pensava alla cena della vigilia e al pranzo dell’indomani, mescolando i piatti della tradizione con la voglia di sperimentare cose nuove.

Erano giornate e serate allegre, serene, di vera festa.

Oggi l’aria che si respira è totalmente diversa. Si entra nel periodo delle festività come in una sorta di tunnel, fatto di doveri e impegni, del quale nessuno ha voglia e dal quale non si vede l’ora di uscire. Le famiglie si riuniscono il minimo indispensabile, sempre più spesso giusto per la vigilia e per il giorno di Natale, soltanto per rispettare la tradizione. La corsa ai regali, che negli ultimi anni era diventata frenetica, sembra arrivata al capolinea. I negozi sono vuoti. Nessuno ha il piacere e soprattutto molti neppure la possibilità economica di regalare niente a nessuno. Ai più sento dire che non hanno preparato l’albero di Natale o, se l’hanno fatto, solo per un senso di dovere nei confronti dei bambini.

Mi sono chiesta da cosa possa nascere questo atteggiamento comune diverso nei confronti della “festa”. Tutto sommato, non è difficile individuare le cause di questo malessere diffuso. Togliendo dal mazzo, per ovvi motivi, le vicissitudini personali, è sotto gli occhi di tutti che gli ultimi decenni di crisi, aspettative deluse e amarezze collettive, nonché di incertezza totale da un punto di vista economico, lavorativo e sociale ci hanno messo a dura prova.

Con questi venti di angoscia, tristezza e soprattutto di precarietà, che da materiale è divenuta intima e persino affettiva, chi può avere voglia di festeggiare? Chi sente dentro l’angoscia di non saper come tirare avanti, chi si interroga sul futuro dei propri figli o sulla propria vecchiaia, chi tutti i giorni deve combattere con la fatica di arrivare alla sera, fra la frenesia di cose da fare e pensieri nella testa, e magari l’unica vera esigenza che sente è quella di mettersi a letto a riposare, come può sentire nascere spontaneamente, dentro di sé, la voglia di festeggiare?

Ecco che la “festa” diventa una finzione, difficile da digerire perché non intimamente sentita e vissuta. Il dover divertirsi a tutti i costi quando non se ne ha voglia, il dover stare in compagnia quando si vorrebbe stare soli può essere tanto pesante quanto non poter stare in compagnia e divertirsi quando lo si vorrebbe.

Non so quale potrebbe essere la soluzione. Forse, prenderci la libertà di non festeggiare quando non ne abbiamo voglia? So che il mio pensiero è controcorrente e non incontrerà il favore di molti, ma proprio non mi vanno giù le ipocrisie del rispetto delle tradizioni a tutti i costi. Se il benessere vero sta nell’essere in armonia con la propria persona, ci si dovrebbe lasciare la libertà di esprimere liberamente il nostro sentire. Liberi di essere tristi quando siamo tristi, di essere allegri quando siamo allegri.

Personalmente, per me è Natale tutti quei giorni, in qualsiasi periodo dell’anno e a prescindere dal calendario, in cui mi sento bene con me stessa, sono lieta di essere viva e ho voglia di stare in compagnia. E, grazie a Dio, capita spesso. Talvolta, ma non sempre, anche a Natale.

Detto ciò, vi auguro con tutto il cuore che possiate trascorrere, sinceramente e intimamente, delle buone e serene feste!

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo “L’estate è finita”. Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, “Sotto il cielo di Santiago”, con la Casa Editrice Genesis Publishing. Nel 2018 “Prima che sia primavera” con Il Seme Bianco.
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