EHI, JOHN! Maurizio Bono

Bright spring wild flowers field in West Coast National Park, South Africa

– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Oggi ho nuovamente il piacere di farvi leggere un racconto di Maurizio Bono, uno degli autori più amati dai lettori di storiebrevi.it. Questo fa parte di una raccolta inedita, dal titolo “I racconti del villaggio”.

EHI, JOHN!

Ehi, John! Hai visto? I fiori sono sbocciati. Stamattina. Proprio quelli. Sì. Quelli fuori dalla finestra. Che belli che sono! Vero? Tutti lì. In fila. Felici di esserci. Mentre vibrano quando una brezza leggera li sfiora appena. Mentre brillano su questa misera terra come diamanti incastonati nel cielo turchino.

Ti sei mai chiesto perché nascano i fiori, John? Perché abbiano queste forme. Questi colori. Perché profumino d’immenso? Ti sei mai chiesto perché la natura continui a sorriderci, mentre noi ogni giorno la lasciamo morire? No, eh? Lo so già. Tu non ti fai alcuna domanda. Perché non ti interessa alcuna risposta. Tu e il tuo sedere immobile siete sempre stati una cosa sola. Tu e la tua poltrona. Tu e il tuo sigaro…

Voglio uscire fuori, John. Adesso. E raccogliere un piccolo mazzo di fiori profumati. Per me. Solo per me. Strappare un petalo di bellezza da questa terra polverosa. E portarlo qui dentro. In questa casa. C’è così tanta tristezza in questa casa, John! Non sei d’accordo? Non dici niente? Ehi, John! Dico a te! Possibile che tu non mi risponda mai? Sempre su quella stramaledetta poltrona. A fumare quel cazzo di sigaro che puzza più di te. Ma a cosa pensi, John? Si può sapere? Me lo vuoi dire? Dopo tutti questi anni. Per tutto il santo giorno. Che teoria hai formulato? Come far collassare un atomo? Come rianimare un elettrone? O come caricare un neutrino? Hai forse nella testa pensieri quantistici che vorresti sperimentare?

Sì, John! Saresti capace di pensare a tutto. Pur di non pensare a me. Anche questa è diventata un’abitudine. Per me. Amara. Come il caffè che mi preparo ogni mattina. Mentre aspetto che tu mi porti un fiore. Anche uno. Che sia pure appassito. Eppure avevi promesso. Quando ci siamo sposati. Avevi promesso che io sarei stata tutto. Per te. Ma le tue promesse non valgono niente. Le tue parole sono lettere che vagano nell’aria. Mi dicevi della tua bellissima casa. Qui. Al villaggio. Una casa di legno dipinta di bianco. Col tetto a doppio spiovente colorato di azzurro. Dicevi che sarebbe stata la nostra reggia. E che io ne sarei stata la principessa. Non era che una catapecchia ammuffita, John. Una catapecchia ammuffita dalla pioggia. Con le assi scricchiolanti a ogni più piccolo respiro. Un stalla che tu chiamavi casa. Nel posto più sperduto del mondo. Mi hai chiusa qui dentro lasciando di aperto solo le finestre. Così che tu potessi vivere solo d’aria! E io di te. Che pazza che sono stata, John! Ma io mi illudevo, sai? Alla mia età ci si illude facilmente che tutto un giorno possa cambiare. Peccato che tu sia rimasto tu. Mai una volta che tu abbia provato a capirmi. O solo a sfiorarmi. Tu e la tua stupida vita. La tua stupida poltrona. Il tuo stupido sigaro…

Ho raccolto un bel mazzo di fiori, John. Ho riempito il vaso di vetro. Li ho messi lì dentro. Affondandoci il naso. Respirando a pieni polmoni. Perché oggi tu puzzi più del solito. Nemmeno il sigaro riesce a coprire il tuo odore cattivo. La tua pelle che profuma come una capra sotto il sole. Quando il sole le brucia la pelle. E poi dalle finestre aperte non circola un filo di aria. Il caldo comincia a strangolarmi il respiro, John. Quasi quasi mi faccio un altro caffè. Amaro come la mia vita con te. E mi verserò un po’ di sciroppo di mirtilli. Nel mio bicchiere di vetro rigato. E guarderò i miei fiori nel vaso. Li annuserò. A occhi chiusi. Poi li riaprirò e ti guarderò. Guarderò te e la tua poltrona. E quel tuo sigaro che oggi puzza meno di te.

Nel frigo c’è ancora un pezzo di carne fresca che avevo quasi dimenticato. E della birra scura. E mi viene un’idea. Preparerò il mio piatto preferito. Arrosto alla birra con cipolla soffritta. Eh, John? Che ne dici? Un bell’arrosto come piace a me. Ma si! Voglio farmi questo regalo. Voglio proprio vedere se questo bel pezzo di carne è all’altezza. Fanculo i fiori. Il tuo silenzio. La tua poltrona. Il tuo sigaro…

Ho preso il tagliere di legno. E una bella cipolla rossa che comincio ad affettare. Con una lama affilata. Mentre ti guardo. Sostenendo il tuo sguardo che non fa una piega. E mentre ti guardo sorrido, John. E piango. Perché la cipolla mi fa piangere lacrime di gioia. E mi fa sentire libera. Da ogni peso. Dal vuoto di questa vita di merda. Ci vuole pure un bel pezzo di burro di giornata. Giallo come il sole. Un paio di fette di bacon da buttare sul tegame già caldo. E mentre aggiungo pure la cipolla, che sfrigola schizzandomi sul braccio proiettili di grasso bollente, aggiungo il pezzo forte. Questo bel pezzo di carne fresca. Rossa. Che asciugo dal sangue che fuoriesce ancora… Testardo. Più scuro di un toro imbufalito. La lascio rosolare alcuni minuti. Da una parte e dall’altra. E poi posso versare un bel litro di birra scura. La sua schiuma si alza al calore della fiamma. Si dilata. Si gonfia. Gli odori che si sprigionano aprono le mie narici. Stuzzicano gli ormoni. Tempo sprecato. Aspetto ancora dieci minuti. Durante i quali il mio appetito spalanca le porte. Lasciandomi credere che c’è ancora un senso. Vivo. In me. Poi metto il coperchio. E lascio che tutto si cucini a fuoco lento. Il mio piatto. Il mio odio per te…

C’è tutto il tempo per sedermi, John. Ho tutto il tempo per scambiare ancora due chiacchiere. Col tuo silenzio. Con la tua indifferenza. Mentre la carne è sul fuoco. Mentre aspetto di assaporarla con gusto. E penso di aver sbagliato tutto nella vita. I tempi. I modi. I luoghi. È banale dirlo, adesso, ma tu l’avevi capito prima di me. La tua proverbiale consapevolezza, John. Perché sapevi già che sposarti sarebbe stato un fallimento. Per me. Per come speravo che tu fossi. Perché tu eri tu. Tu eri così. Apatico. Indolente. Hai sempre lasciato che la vita vivesse in te come se non ti appartenesse. Come se tu fossi di un altro mondo. In un altro mondo. Mentre io avrei sperato in qualcos’altro. Magari l’avessi cercato in qualcun altro! L’amore non è una parola che usano gli stupidi, John. E non sai che quando non lo trovi la sua assenza ti lascia macchie nere, sulla pelle. Che si espandono come corpi dilatanti.

No, John. Tu non mi hai dissuaso. Hai lasciato colpevolmente che io scegliessi il tuo niente. Così che tu non avessi niente da rimproverarti. Un giorno. E quando quel giorno sarebbe arrivato tu non avresti nemmeno allargato le braccia. Avresti continuato a fumare il tuo sigaro. Sulla tua poltrona. Come sempre.

Mi hai lasciato correre, John. Hai lasciato che la vita mi scorresse addosso. Senza che riuscissi mai ad afferrarla. Eh, già! Le cose vanno così. Dentro i contorni del proprio destino. Perché opporsi? Perché non lasciare che tutto vada come vada? Tanto il mondo girerà sempre alla stessa maniera. Come le foglie di tabacco dentro a ogni tuo sigaro….

L’arrosto è quasi pronto, John. L’odore sarà arrivato fin laggiù. Dove abita Isaac Davis. La senti suonare la sua armonica a bocca? Lo senti il suo ragtime? Si crede Scott Joplin quel bifolco di un Isaac. Meglio per lui credersi qualcuno. Meglio per me perché suona proprio bene. Non credi, John? Questo ritmo mi mette allegria. E un po’ d’allegria non guasta mai. Anche adesso. Mentre preparo la tavola. Con la tovaglia a quadri bianchi e rossi. È un po’ macchiata, lo so. Ma almeno queste andranno via. Quando la porterò al fiume. Ah, quasi dimenticavo! Una bella bottiglia di vino rosso. E finalmente posso sedermi. Tu non hai fame oggi. E poi non ti piace l’arrosto. Adesso lo assaggio e… Oh, John! Mio Dio, John! Se sapessi… Mmmm… Se sapessi com’è buono questo tuo cuore cucinato con la birra scura e la cipolla soffritta! Che delizia! Non avrei mai creduto, sai? Non avrei mai creduto che il tuo cuore fosse così buono! Eh?… Cosa dici?… Tranquillo! Non ti preoccupare! Certo! Te ne lascerò un pezzo nel caso tu non mi creda. Ma… Fidati, John. Hai davvero un cuore buono!!!

Ora è tardi! È tardi per ogni cosa. E sono stanca. Sono stanca di tutto. Devo andare. Lo sai bene. Devo portare la tovaglia al fiume. Starò via per un po’. No… Non so per quanto… Ma sicuramente tutto il tempo che ci vorrà. Per togliere via ogni macchia. Dalla tovaglia. E dalla mia vita! Adesso ti saluto e… Lo sai che ti sta proprio bene il cacciavite che ti ho piantato in testa ieri sera?

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