I FIGLI DEL FIUME GIALLO, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere. 

I figli del fiume giallo (Jiang hu er nü, Cina/Francia/Giappone, 2018) di Jia Zhang-ke con Zhao Tao, Liao Fan, Diao Yi’nan, Dong Zi-jian, Xu Zheng, Casper Liang

Continua a raccontare – o forse sarebbe più opportuno usare il termine radiografare – la Cina contemporanea e le sue contraddizioni (insite nel rapido sviluppo) il premiato regista Jia Zhang-ke, che, dopo Still Life, Il tocco del peccato e Al di là delle montagne,  continua a collaborare proficuamente con la consorte attrice Zhao Tao (affascinante e incisiva interprete anche del nostro Io sono Li), affiancata superbamente dal Liao di Fuochi d’artificio in pieno giorno. La vicenda si dipana in tre momenti precisi, nel 2001 (quando il “giusto” furfante con mire espansionistiche Bin si inimica altri gangster e rischia la vita, salvatagli dall’intervento della sua partner biscazziera Qiao), nel 2006 (al rilascio della donna, che ha scontato una pena maggiore del criminale e non riesce più a trovarlo) e nel 2018 (che prospetta un incontro all’insegna della disillusione). Messa in scena asciutta e vivida, sfondi (interni o esterni) accuratamente preparati, definizione dei personaggi commisurata a ciascuna epoca (sono diversi ogni volta), con un senso morale ricalibrato (e la dimostrazione dell’idealistica fedeltà e della sostanziale e acuta capacità di adattamento – doti non proprio accessorie – del personaggio femminile). Non è “solo” un prodotto da festival, è quel cinema di grande qualità che trova sempre meno spazio in sala e la cui sopravvivenza meramente commerciale va difesa con tenacia.

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