IL GATTOPARDO, Consigli di lettura

20160224_171423Si tratta di un’opera talmente famosa e celebrata nel mondo che invitare a leggerla, oggi, potrebbe apparire superfluo. Chi non ha letto o non conosce il Gattopardo? Anche chi non ha letto il romanzo avrà quasi certamente visto il film o, comunque, ne conoscerà in parte la trama. Il termine gattopardismo è entrato da tempo nel vocabolario italiano e nel linguaggio comunemente usato per definire quel paradosso, spesso usato soprattutto in politica e nei dibattiti televisivi: tutto deve cambiare perché tutto resti come prima.

Dunque perché leggere o rileggere, oggi, il romanzo di Tomasi di Lampedusa? Innanzitutto, per chi ama leggere come me, immergersi nelle pagine di questo libro significa immergersi nell’affresco di un Italia che fu, il periodo risorgimentale, un periodo storico studiato a scuola (a mio avviso male), ma che ancora contiene molte domande e anche molte risposte su ciò che l’Italia è diventata. Significa entrare nella decadenza di un’epoca, gloriosa per taluni ma non per tutti, che cede il passo a un mondo “nuovo”, ma che di nuovo ha soltanto la veste che ricopre sempre lo stesso corpo, immobile e inerte. Entrare nelle ricche dimore del principe di Salina, nei fasti di una vita vissuta fra rosari e balli, ripercorrere con lui le tappe di un cambiamento e di una rivoluzione che non furono veramente tali, ma soltanto l’adattamento, l’ennesimo per la verità, di un popolo (quello siciliano) al nuovo dominatore, dopo secoli e secoli di dominazioni straniere, significa rivivere con gli occhi di chi l’ha vissuta, la camaleontica trasformazione di una terra che attraversava un periodo storico di transizione.

Chi si chiede perché i siciliani, a volte, appaiano rassegnati a uno stato di cose che non cambia, a subire ingiustizie e soprusi senza ribellarsi, a una mentalità conservatrice di privilegi e favori, leggendo questo libro capirebbe come i percorsi della storia abbiano plasmato gli abitanti di questa terra, rendendoli per lo più egoisti, privi di senso civico, poco attaccati al bene comune, trasformisti, sempre pronti a saltare sul carro del vincitore per ottenerne benefici, probabilmente perché questo è stato per secoli l’unico modo per sopravvivere (e questa è una spiegazione, ma non una giustificazione). Non che siano mancate sommosse e ribellioni, ma furono sempre represse nel sangue (vedi la strage di Bronte, commessa proprio dai liberatori garibaldini). Perciò, alla fine, i vincitori erano sempre quelli, i Calogero Sedara, quelli che senza scrupoli miravano al potere, che si adattavano alla situazione con ogni mezzo, lecito e soprattutto illecito, sapendo come ricavarne il massimo profitto, gli sciacalli e le iene che hanno preso il posto dei gattopardi.

E rileggendo il libro, profetico per certi versi, come non lasciarsi prendere da una sconfinata tristezza nel vedere il nostro paese, oggi, divorato dalle iene e dagli sciacalli, da coloro che quasi ebbri e orgogliosi della loro ignoranza (che spesso inevitabilmente si accompagna all’immoralità), svettano in alto alla conquista di un’Italia ormai tutta rassegnata all’inesorabile disfacimento della propria bellezza e della propria antica e gloriosa cultura?

Leggere il Gattopardo, però, significa entrare anche nei meandri dell’esistenza umana, coglierne il profilo del tempo che passa e che semina intorno a noi i segni della fine imminente e dell’irripetibilità di ogni istante trascorso e vissuto. “Ho settantatré anni, all’ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due, tre al massimo. E i dolori, la noia quanti erano stati?…Tutto il resto: settant’anni”.

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