IL GIORNO DELLA VENDETTA, Rita Massaro

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– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Questo è un racconto, scritto nel lontano 1992, ispiratomi da un fatto di cronaca. Dopo molti anni, mi sembra che la “lotta fra poveri” sia più violenta e cruenta che mai… io rimango convinta che l’odio e la violenza non hanno mai risolto nulla né salvato nessuno. Buona lettura.

IL GIORNO DELLA VENDETTA

«Sei un perfetto idiota! Sei totalmente rimbecillito!»

Rimase seduto, per parecchio tempo, davanti allo specchio, ripetendosi mentalmente frasi di questo tenore.

Continuava a guardare la sua immagine riflessa, ma senza attenzione. A un tratto, iniziò a osservarsi: era abbastanza alto, non troppo magro, il viso aveva dei tratti irregolari, quasi aggressivi, e le linee sottili della bocca davano l’impressione di una persona decisa, quasi cattiva. Ma gli occhi… Quegli occhi, dalla forma incavata e sofferente e di un azzurro limpido, contrastavano con tutto il resto.

La pelle era delicata e bianchissima e i capelli rigorosamente biondi, quando ancora li aveva. Li teneva rasati da così tanto tempo che non se li ricordava più. Era davvero un bel ragazzo, di quella bellezza tipicamente ariana; poteva essere soddisfatto, la natura era stata generosa con lui. Iniziò a ripeterselo, con compiacimento, ma… Chissà perché… «Mark!» – sua madre interruppe i suoi pensieri.

La donna entrò nella stanza e si guardò intorno: c’erano vestiti e dischi sparsi sul pavimento, una forbici e alcuni ritagli di giornale erano appoggiati sulla mensola del letto, sulla quale sovrastava una bandiera nazista. Accanto, le faceva compagnia una gigantografia del Fuhrer.

Sul piccolo calendario, appeso alla parete, posizionato nel mese di Novembre del 1992, si vedeva uno dei giorni cerchiato in rosso. Era l’indomani. La madre gli chiese spiegazioni, ma lui neppure le rispose, alzò semplicemente le spalle.

«Fai un po’ di ordine e scendi a comprare qualcosa per cena», furono le poche altre parole che gli rivolse.

Mentre sistemava, la sentiva lamentarsi in cucina che i prezzi erano saliti ancora, che nella fabbrica dove lavorava c’erano stati altri licenziamenti e che lui avrebbe fatto meglio a darsi da fare, invece di stare a gironzolare tutto il giorno.

«E pensare» – continuava la madre – «che il Governo si diverte a sistemare gli stranieri, mentre noi, con questa crisi, stiamo rischiando la fame!»

Queste furono le ultime parole che udì, prima di chiudere la porta.

Fuori, l’aria era gelida; si strinse nel giubbotto di pelle nera e attraversò la strada, con passo regolare. Vide la fila davanti al supermercato e passò avanti. Man mano che si avvicinava, sentiva l’aria sempre più pesante. Finalmente, la vide: stava in piedi, accanto alle cianfrusaglie che vendeva e, appena lo scorse, abbassò lo sguardo.

Lui non riuscì a non fermarsi. Di scatto, si avvicinò e le sussurrò all’orecchio: «Brutta schifosa negra, presto ti passerà il piacere di stare qui a mangiare il pane degli altri!»

Se ne andò soddisfatto. Eppure più si allontanava, più cresceva in lui la voglia di tornare indietro, come ogni sera. Questa storia, ormai, si ripeteva da una settimana.

«Idiota! Sei proprio un idiota!» – si ritrovò a dirsi nuovamente, stavolta a voce alta. Affrettò il passo e arrivò al palazzo grigio. Salì al quarto piano e bussò alla porta.

«Mark! Era ora! Entra, è tutto pronto per domani sera. Finalmente è arrivato il grande giorno… il giorno della vendetta! Ci divertiremo un mondo a vedere quei luridi bastardi saltellare per aria, con il culo bruciato».

La centrale operativa era in vivo fermento, nell’aria si respirava eccitazione per l’impresa imminente. Mentre gli spiegavano gli ultimi dettagli dell’operazione, lui li osservava, senza riuscire a prestare veramente attenzione a quello che dicevano.

La strada del ritorno la fece con Helmut, che si vergognava di portare lo stesso nome del cancelliere.

«Si può sapere che ti succede, amico? Ultimamente, mi sembri strano» – gli stava chiedendo – «Non sarà che, per caso, ti piace qualcuna?» Lui non rispose.

«Ah! Allora è così! Ma dov’è il problema?» Dato che l’altro continuava a non rispondere, l’amico si rispose da solo. «Capisco. È una difficile». Ma, subito, trovò la soluzione. «Amico mio» – e mentre parlava gli strizzò l’occhio – «se vuoi una cosa devi prendertela, anche con la forza. Nessuno ti regala niente in questo mondo!»

Mark era stordito. A questo non aveva pensato. Fu in quel preciso momento che ammise con se stesso, per la prima volta, che lei gli piaceva e che quegli occhi, così neri, non riusciva a dimenticarli. Si vergognava di se stesso e dei suoi pensieri, ma quei pensieri non riusciva ad allontanarli.

Improvvisamente, sentiva la mente libera, quasi slegata da lui, senza che potesse fare niente per impedirlo. Si sentiva più leggero ma, allo stesso tempo, più confuso, perché percepiva, a poco a poco, crollare il muro delle sue certezze, così come aveva visto crollare l’altro muro.

Quella notte non dormì. L’indomani aveva preso una decisione.

Nel pomeriggio andò a trovarla al solito posto. Lei stava trattando con un cliente e quando lo vide non sembrò avere alcuna reazione.

«Vieni, devo farti vedere una cosa» – le disse, ma la ragazza esitò. Lui, allora, aspettò che i pochi passanti si allontanassero e, cercando di non farsi vedere, la minacciò con un coltello e la costrinse a seguirlo.

La portò in un angolo squallido e… vide quegli occhi neri pieni di paura. Stava lì a guardarla, mentre si chiedeva perché non agiva! La vide tranquillizzarsi gradualmente e, infine, mentre si allontanava, abbozzare un timido sorriso, come se avesse capito tutto.

«Mi facevi troppo schifo, lurida negra!» – le urlò dietro, mentre si accorgeva che stava piangendo. Vergogna, disperazione, rabbia, tristezza… Non capiva più niente!

Quella sera la spedizione ebbe buon esito. Appiccarono il fuoco, da più punti, a un ostello pieno di extracomunitari. Per quanto velocemente giungessero i soccorsi, molti rimasero feriti e alcuni non riuscirono a salvarsi.

Mentre, da lontano, sentiva le urla e le sirene e guardava la nube di fumo alzarsi sulle case circostanti, un improvviso pensiero attraversò la sua mente. Fu come un lampo… qualcosa che, per qualche attimo, illuminò il suo cervello e poi, subito, si spense. Ma bastò perché le sue gambe, senza che lui potesse fare niente per trattenerle, si mettessero a correre verso il luogo dell’incendio.

«Ma che fai? Sei scemo?» – gli urlò dietro uno degli altri.

Quando arrivò, pensò di trovarsi in un girone dell’inferno. L’aria era talmente irrespirabile, che si sentiva quasi soffocare. Cominciò a tossire ripetutamente e sentì le forze venirgli meno.

Che ci faceva lì? Che stava cercando? Poi, a un tratto, urtò qualcosa per terra, si avvicinò per guardare meglio e fu così che li vide. Rivide gli occhi neri, pieni di paura, spenti… e quello sguardo che, ora ne aveva la certezza, l’avrebbe perseguitato per tutta la vita. Le gambe gli si piegarono e quell’urlo atroce, quasi disumano, che non sapeva di avere trattenuto per così tanto tempo, finalmente uscì fuori di lui e fu come se lo svegliasse da un lungo sonno.

FINE

Per consigli su letture e viaggi potete trovare Il giro del mondo con un libro in mano anche su www.facebook.com/ilgirodelmondoconunlibroinmano

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