LA NARRAZIONE COME TERAPIA, Riflessioni

– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Con piacere apprendo che questo mio articolo sul potere terapeutico della scrittura verrà pubblicato sul prossimo numero della rivista “Umanità” dell’Associazione NEAVA ONLUS – NUOVA ERA A VISO APERTO. Buona lettura!

LA NARRAZIONE COME TERAPIA 

Il potere terapeutico della scrittura l’ho scoperto nei giorni tumultuosi dell’adolescenza, quando compresi che le ansie, i dubbi e i dispiaceri tipici di quell’età, una volta raccontati al mio diario segreto, mi facevano soffrire un po’ meno. Quel groviglio indistinto di pensieri oscuri e confusi, che nella mia mente assumeva l’aspetto di una massa informe e minacciosa, grazie alla penna e all’inchiostro veniva districato, razionalizzato, contenuto nel foglio bianco. Emozioni indefinite assumevano un nome ben preciso, colori e contorni ben disegnati. I mostri, se conosciuti e guardati in volto, apparivano come il lupo nella favola di cappuccetto rosso… potevano essere vinti. Oppure, talvolta, si imparava a conviverci. Anzi, spesso, quando riuscivo ad accettare la loro presenza e a gestirli, come per miracolo scomparivano.

La scrittura, prima autobiografica e poi creativa, mi ha fatto talmente bene che è divenuta la mia passione e, con il tempo, il mio mestiere. Ma, a prescindere dalla mia esperienza personale, la scrittura, come qualsiasi altra forma di espressione artistica, fa bene a tutti ed è stato scientificamente provato.

Sono state effettuate delle ricerche e condotti degli esperimenti nei reparti oncologici di vari ospedali, sia in Italia che all’estero. Il cancro è, senza ombra di dubbio, una delle esperienze più dolorose che un essere umano possa vivere nell’arco della propria esistenza. Da tempo si cerca di affiancare alle terapie tradizionali, volte alla cura del “corpo”, delle terapie volte alla cura dell’aspetto interiore e al benessere psicofisico del paziente. Tali terapie vanno non certo a sostituire, ma a integrare quelle tradizionali, nell’idea che il corpo e la mente, l’aspetto fisico e psicologico sono strettamente legati e si influenzano vicendevolmente.

Dagli studi e dalla sperimentazione effettuata sul campo è emerso che le varie arti (musica, pittura, fotografia, scrittura creativa) contribuiscono a facilitare un percorso di accettazione e razionalizzazione della malattia, nonché ad alleviare la sofferenza attraverso l’esternazione e la condivisione delle proprie emozioni.

Sembra che parlare e scrivere della propria malattia (e quindi, in particolare, la scrittura creativa) aiuti a rinforzare le difese immunitarie e a diminuire il dolore. Non tutti i pazienti si sono resi disponibili ad affrontare questo percorso (alcuni, infatti, sono stati bloccati dalla paura di soffrire ancora di più guardando in faccia il proprio malessere). Coloro che lo hanno fatto, però, hanno cominciato ad esternare il proprio vissuto nelle varie fasi della patologia (la scoperta, l’accettazione, il dolore, la cura, le paure, la speranza, la guarigione) e, andando anche oltre, a scavare nel rapporto con se stessi e con gli altri. La malattia, attraverso questo processo, viene concepita come uno di quei momenti in cui la vita ci costringe a fermarci per fare spazio al nostro io più profondo e a farci domande sul senso che per noi ha il passaggio su questa terra. Ciò che nel quotidiano sempre più frenetico quasi tutti tralasciamo, ovvero la riflessione e il contatto con ciò che siamo e ciò che veramente vogliamo, nel momento del grande dolore riemerge con forza, attraverso la rielaborazione del pensiero, della parola e dello scritto.

La scrittura ci costringe anche a riordinare e a esprimere in modo comprensibile i pensieri disordinati che ci hanno offuscato la mente e le emozioni confuse che ci hanno schiacciato il respiro. E, in tal modo, le paure, le angosce, le domande, le speranze di chi combatte la battaglia delle battaglie, nella narrazione di coloro che trovano il coraggio di raccontarla, diventa qualcosa che riguarda tutti. L’uomo, al cospetto della morte, prende coscienza di sé e si interroga sul senso della propria vita. Si va dal “perché è successo a me” al “quando sarò guarito, farò”, passando attraverso il “non sono solo”.

Ecco perché, negli ultimi anni, oltre ai laboratori negli ospedali o presso associazioni private, sono nate diverse iniziative anche sulla rete (blog o articoli su riviste mediche), in cui tanti che sono guariti raccontano la propria esperienza, invitando chi la vive a raccontare e a raccontarsi. La condivisione di una qualsiasi esperienza aiuta di per sé a ridimensionarne la portata. Se si tratta del cancro, può divenire una tappa fondamentale per affrontare meglio questo difficile percorso, nel rapporto con se stessi, ma anche con i propri cari e con i medici.

Rita Massaro

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