L’ARTE, O MEGLIO LA CREATIVITA’ COME TERAPIA, Lucia Forabosco e Rita Massaro

Immagine: dipinto di Lucia Forabosco

L’ARTE, O MEGLIO LA CREATIVITA’ COME TERAPIA

Ho avuto in questi giorni un’ interessante conversazione con un’amica su questo argomento. Ciascuna ha portato a testimonianza la propria esperienza. Abbiamo parlato di creatività (parliamo di arte solo per quei fortunati, baciati dal cielo, che con le loro opere resteranno immortali); della nostra creatività che ci ha aiutate a superare un momento molto doloroso della vita per la perdita di una persona cara. Io parlerò della mia esperienza naturalmente, lasciando a lei lo spazio per raccontarci della sua.

Quando nel 2003 ho perso mia madre, benché ormai novantunenne e invalida, mi si è svuotata la casa, nel senso che sentivo solo il vuoto della sua assenza e niente, più niente mi diceva qualcosa. Mi sono ricordata di una cugina paterna che dopo aver perso una figlia e successivamente anche la casa nel terribile, devastante terremoto del Friuli del 1976, ha trovato la forza di andare avanti, anche con una certa serenità, dipingendo. Quando andai a trovarla, lei era lì nella sua piccola dacia che dipingeva un grazioso acquerello e tanti acquerelli, paesaggi, fiori, oggetti, ne riempivano e ingentilivano le pareti. Ho pensato che avrei dovuto provarci anch’io. A differenza della cugina A., io non so dipingere e neanche disegnare, se è per quello. Ma ho comprato tele e colori e mi sono messa al lavoro. Per dei mesi sono andata avanti a dipingere paesaggi e poi ho azzardato anche qualche figura. L’effetto finale è anche gradevole a dir la verità, per cui i miei quadri li ho incorniciati ed appesi. Ma quello che è importante è che l’impegno creativo è stato tale che il mio pensiero in quei mesi di lavoro era solo per quello che stavo facendo e mi sentivo ancora ben viva per ciò che stavo creando. Ora, messa da parte la pittura che non è mai stata la mia “arte”, ho ricominciato a scrivere e la vera elaborazione del lutto è avvenuta scrivendo a mo’ di romanzo in ben tre diverse storie gli episodi più significativi della vita, per altro per niente banale, dei miei genitori, cosa che mi ha permesso di averli vivi e vicini mentre scrivevo di loro. Ora credo di aver finito e mi sembra di aver ritrovato quella serenità che avevo smarrito. Mi sento guarita. Successivamente mi sono resa conto che con questo mio lavoro ho anche fatto dono ai miei genitori di una qualche forma d’ immortalità, almeno nell’ambito familiare, perché non succederà, come avviene normalmente, che i pronipoti dicano: “Chi erano G. e V. Non li ho conosciuti”. No, perché la loro storia è nei libri che passeranno di nipote in pronipote… E questo naturalmente mi da una gran soddisfazione, come di un debito verso di loro che ho pagato.

In letteratura esistono vari autori che parlano dell’arte come terapia, ma interessante in particolare sull’argomento è il recente (2014) saggio “Umorismo, creatività e invecchiamento” a cura di M. Cesa-Bianchi, G. Forabosco, C. Cristini, G. Cesabianchi, sia perché parla di creatività in generale, estesa anche alla “cura” dell’invecchiamento con cui dobbiamo fare i conti tutti, sia perché introduce l’umorismo come efficace elemento terapeutico.

Ora noi siamo un gruppo di grandi lettori, quelli cioè che un libro via un altro, e molti di noi amano anche scrivere e c’è anche qualche fortunato che sa dipingere o addirittura comporre musica (beato lui!) e per la maggior parte non siamo dei ragazzini… molto utile per noi quindi la lettura di questo libro che rafforzerà le nostre “difese immunitarie” contro gli eventi avversi della vita, vecchiaia compresa.

Lucia Forabosco

Ho ben poco da aggiungere a questa preziosa testimonianza di Lucia sulle proprietà terapeutiche della creatività. Mi limiterò soltanto a raccontare la mia personale esperienza. Ho sempre scritto, da quando in quinta elementare composi la mia prima favola corredata da disegnini a fumetto. Da allora, fra diari e storie inventate, la scrittura è sempre stata parte di me. Smisi all’improvviso in coincidenza della morte di mio padre. Non riuscii più a scrivere un rigo per circa sette anni. Fino a quando, al ritorno da un viaggio a Cuba, sentii rinascere in me il desiderio di riprendere la penna in mano per raccontare le emozioni che mi aveva regalato quel viaggio. Insieme a quelle emozioni vennero fuori, senza che lo volessi, altre emozioni che giungevano da un viaggio molto più lontano e decisamente di segno opposto, quello nel dolore per la perdita dell’uomo che, oltre a essere mio padre, era stato anche il mio amico più grande e prezioso. Il lutto era durato sette anni, sette anni di vuoto interiore fino a quando finalmente la scrittura non era riuscita a sciogliere quel nodo e a dare un senso a quanto mi era accaduto, aiutandomi a elaborare il dolore.

Rita Massaro

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