LONEWOLF, Maurizio Bono

20151116_091903Oggi ho il piacere di farvi leggere un altro racconto di Maurizio Bono,”LONEWOLF”, menzione speciale per la narrativa inedita al Premio Letterario Nazionale “Ignazio Russo 2015”.

LONEWOLF

Tutto passa. Tutto il bene del mondo. Il male che avanza. La via di mezzo che non trovi. Niente lascia una traccia. Nulla è per sempre. Sembrano luoghi comuni. Come le strade che calpesti. Come l’odio senza amore. È tutto un prendere e lasciare. Una trama liscia e sottile. Un inviluppo di fili. In cui noi non siamo liberi. Lo pensiamo. Sicuro. Ma è la solita illusione. Il fumo negli occhi. Una droga leggera che ti annebbia la mente. Nessuno è artefice del proprio destino. Nessuno lo è veramente. Se qualcuno ha già deciso per te. Quando farti nascere. Quando riprendersi la tua vita. E noi lì a camminare nella folla. Nella speranza di trovare qualcuno. Da ammazzare. O da salvare. Le persone ci passano davanti. Col rosso. A volte sotto le strisce. Gli amori vanno e vengono. A volte ritornano. Quasi mai restano. E nell’incertezza di ogni minuto che passa il mondo non spegne mai il motore. Gira. E rigira. Come i conti che non ti tornano. Come le cose che avresti voluto fare. Con il loro prezzo da pagare. E mentre pensi e ripensi la solitudine ti tende una mano. Mentre nell’altra ripone una pistola. L’unica arma che conosci. L’unica carta che ti giochi. Pensandoti un dio che può lasciare la vita. Che può toglierla quando pensa non serva. Un assassino. Nient’altro che un assassino. E uno che uccide non ha niente di divino. E nulla di umano. Hai dei colpi da mettere a segno. Un tiro al bersaglio che devi inquadrare. Denaro sporco per comprare rubando. In un’altra città. Lontana. Non importa quanto. Mentre scapperai ancora. Come un giorno è scappata Sandy. Dall’inferno di un killer. Da una vita che non le davi. Un colpo al cuore, Lonewolf. Un colpo dritto. Preciso. Al tuo cuore.

Quanta nebbia stamattina. La potrei tagliare a fette e imburrarla. Prima di spalmarci sopra una cucchiaiata di marmellata. C’è tanta nebbia lì fuori. E fuori è mattino presto. Ci siamo alzati alla buon’ora. Io e i miei soci. Una banda che fa colpo. Più di uno in verità. È presto. È sempre troppo presto. E mancano gli ultimi dettagli. Dettagli. Appunto. Il caffè fischia. Salendo dagli inferi. Ne verso uno doppio nella mia tazza. Nero e bollente. Dopo un buon caffè si trova sempre un accordo. Per un nuovo colpo. Un ultimo. Ancora. Le pistole sono cariche. Come le convinzioni nei nostri mezzi. Poi basta. Mollo tutto. E via. Per la tangente. O più lontano. Dipende da tutto. E tutto dipende da niente. Ormai siamo pronti. Ognuno con il suo compito. Da portare a termine. Per finirla qui. Per finirla così. Saliamo sulla mia BMW arancione. Coi sedili bianchi di pelle. Il mangianastri è ancora attaccato al cruscotto. L’hanno lasciato lì dov’era. Stanotte. Non ci sono più i ladri di una volta. E mentre metto in moto, una cassetta suona gli Earth Wind & Fire. Sento già le prime note di In the stone. Il ritmo giusto per tenere sveglio il sistema nervoso centrale. Un misto di funk ed R&B che ci accompagna mentre lasciamo la periferia di questo mondo. Io muovo le dita sul volante. La testa oscilla. Da una parte all’altra. E ripasso gli ultimi dettagli del colpo. Un colpo che non sparerò certo in aria. Perché devo fare centro. Un’ultima volta. Poi me ne andrò. In un posto lontano. Ai margini dell’universo. A bere champagne in coppe di cristallo. In un atollo sperduto dall’altra parte del mondo. O forse meglio in una piccola spiaggia del Messico. Tra nuvole di fumo che svaniscono nel cielo. Poi parte la nostra canzone. Mia e di Sandy. After the love has gone. Che sento ancora nostra. Anche adesso che il nostro amore è andato a puttane. Potessi andarci io? Più tardi. Magari quando avrò rimosso i ricordi. E azionato il grilletto della mia pistola. Ormai penso solo al mio colpo. A quest’ultimo fottutissimo colpo. Siamo arrivati a destinazione. Spengo la mia BMW davanti la gioielleria di Giorgio Fornari. E aspettiamo che il tempo faccia il suo dovere. Sono quasi le otto di un freddo e grigio mattino di novembre. E io non ci penso nemmeno di andare al fresco. In Messico il tempo è bello. Poi ci saranno tequila e mezcal a riscaldarmi. Se ce ne fosse ancora bisogno. Eccoli lì. Li vedo in lontananza. Giorgio Fornari e la mia Sandy. Mano nella mano. Una coppia perfetta. Alti. Belli. Ricchi. Passeggiano e sorridono. Meglio così. Finiranno questa mattinata ricordando questi ultimi sorrisi. Si potesse sempre cominciare così. Con un sorriso stampato in faccia. Prima che gli si stampi in faccia qualcos’altro. Ma questo loro non lo sanno. E io non gli rovino certo la sorpresa. Aspetto che Giorgio apra la gioielleria. Il mio migliore amico. Quel giuda di un cane. Ci siamo. È giunta l’ora. Big Ben ha detto stop. Indossiamo i passamontagna e ci catapultiamo fuori dalla macchina. Come fossimo Speedy Gonzales. Andale! Andale! Arriba! Arriba! Alzo il bavero del mio impermeabile. Mentre il resto della banda blocca le vittime. Intimando loro di non fare scherzi. Come se ne avessero voglia. In questa mattinata che per loro è di merda. Giorgio e Sandy sono immobili. Di spalle. Terrorizzati. Dico loro che possono respirare come al solito. Senza affanni. Come fosse un giorno normale. Un giorno di cui si aspetta il domani. Poi punto la mia pistola carica. Sulle loro tempie. Mentre sento il loro sangue pulsare. La paura e l’angoscia. Per una fine inevitabile. La canna della mia pistola trema con loro. Tranquilli. Finirà tutto molto presto. Nel frattempo i miei soci, fulminei come saette, svaligiano la gioielleria in un battibaleno. Più veloci della luce. Alla faccia di quel superman di Einstein. Ah già! Che sbadato! Dimenticavo il silenziatore. Bisogna fare le cose per bene. E io sono una persona molto perbene. E mi piace lavorare il silenzio. In silenzio. Shhhhhh! È mattina presto. E la gente vuol lavorare in pace. In questo giorno di quotidiana nullità. Così ripunto la mia pistola completa di ogni optional sulle loro tempie. E poi faccio fuoco. Piff. Piff. Due colpi secchi. Silenziosi. E nel silenzio cadono i miei soci. Perché è a loro che ho sparato. Non mi piace dividere. Io adoro moltiplicare. Gli effetti. Il bottino. La gloria. Ancora un ultimo saluto. Un commiato con tutti gli onori. E adesso posso anche togliermi il passamontagna. Quello non mi serve più. Ora li guardo in faccia. Mi godo lo spettacolo. Le loro facce sbigottite. Il mio sorriso beffardo. La verità dentro una pallottola. La loro fine nella polvere da sparo. Piff. Piff. And justice for all. Bye bye guys! Andate in un mondo migliore. Dovreste ringraziarmi. Perché è arrivato il momento di non soffrire più. Ma i loro cuori sono ingrati. Quanta ingratitudine alla nostra latitudine. Pensate stia perdendo troppo tempo? Che sia passata un’eternità? Vi sbagliate. Dieci minuti appena. Io sono già fuori. Ancora poca gente in giro. Entro nella mia BMW arancione. La accendo mentre il mangianastri parte con tutti gli Earth Wind & Fire che mancano. Cantando parole che non conosco. Che invento cantandole anch’io. Come mi vengono. Fuori la giornata resta grigia. Le mie tasche non sono più al verde. Il mio futuro è roseo. Quanti colori in queste poche battute. Un arcobaleno nella nebbia. Non sono passati più di cinque minuti da quando ho lasciato la gioielleria. E quattro corpi con un colpo ciascuno. Non è passato molto tempo e io devo lasciare questa macchina. Prima che i piedipiatti mi si piantino alle calcagna. Devo fare in fretta. Il tempo non fa sconti. E non siamo in agosto. Alla prossima curva troverò una FULVIA coupè hf . Rossa. Prenderò quella e la cassetta degli Earth Wind & Fire già finita. Poi continuerò verso la provinciale. Devo farne di strada prima di arrivare al Batìda. È li che vado, dopo ogni colpo. Un portone di legno senza pretese. E tredici scalini da scendere per entrare nel sottobosco di un sottovita. Un tempo era il Florìda. Ma di quei tempi passati non conserva neanche il profumo. Ora sa di gelatine di LSD e di polvere di eroina. Il Batìda. Un privè aperto a tutte le ore. Aperto al prossimo. Un prossimo che non ama. Perché il Batìda il prossimo se lo fuma dentro una cartina di tornasole. E poi lo sputa fuori. Nell’aria. Senza filtro. Arrivo che è quasi ora di pranzo. Scendo dalla mia FULVIA coupè. Entro al Batìda e già mi accolgono due bionde. Alte. Belle. Due valchirie pronte per una cavalcata trionfale. Sotto gli archi di Wagner. Al nostro tavolo servono ostriche bretoni e Dom Pérignon del sessantaquattro. Consumiamo questo antipasto frugale aspettando il pezzo forte. Nel privè che mi hanno riservato. La carne è fresca. Le bionde si lasciano divorare dalla mia avidità. Mentre beviamo latte di cocco e cachaça. Con spruzzi di ghiaccio tritato. Sopra. Per completare fumiamo dell’oppio. Distesi sul nostro nido d’amore. E dormiamo sonni profondi sognando sogni che escano dai cassetti. Ma i nostri sogni non escono neanche da quel privè. Muoiono tutti là dentro. Tranne uno. Il mio Messico tra le nuvole di un filo d’oppio già fumato. In un discorso di cui ho già perso il filo. Ci svegliamo che sono quasi le otto della sera. Anche se al Batìda è sempre notte fonda. Ho la testa tra le mani. Un rumore sordo martella le mie tempie. Mi siedo al bar ordinando un analgesico. Mi portano un margarita da sfogliare laggiù. Su una spiaggia lontana. Di questo cazzo di Messico. Poi un faro illumina la cantante. Sparandole addosso un fascio di luce accecante. E vedo Sally. La gemella che non ti aspetti. La sorella di Sandy. Che canta anche stasera. Con gli occhi traboccanti odio puro. Con una voce cattiva che strappa la pelle. E Sally sa. Cosa faccio. Come vivo. E che dopo ogni colpo vado al Batìda. Così quando mi vede mi fissa interdetta. Guardando dentro ai miei occhi che non riescono a mentire. E mentre canta Feeling good quasi mi guarda con dolore. Chiedendomi con gli occhi se io mi senta bene. Adesso che ho ammazzato il mio vecchio amore. E la sua dolce metà. Ha fatto centro la ragazza. Infatti io non sto bene per niente. Ma è troppo tardi per avere una coscienza. Per tornare indietro. Per provare a ricominciare. Sally canta ancora. Una canzone che non sembra finire mai. Ha una sigaretta accesa che fuma attraverso un cannello sottile. Ambrato. Il suo fumo sale in alto e viene dritto verso di me. Guardandomi negli occhi. Quasi a sfidarmi. Io continuo a bere. Solo tequila e mezcal. Perché dopo il margarita voglio bermi tutto il Messico che c’è. E guardo dritto quel fumo ingrigito. Che mi entra dentro gli occhi. Dai quali mi vedo finalmente in viaggio. Destinazione Tulum. Esattamente Playa Paraiso. Spiaggia bianchissima. Mare cristallino. Palme e capanne. Una dietro l’altra. Sono arrivato in Messico. Senza essere mai partito. Un paradiso sulla terra. Quando sarò dall’altra parte non so se lo vedrò. Meglio approfittarne allora. E godere di questo rosso tramonto sul mare. Sento l’odore della tequila e del mezcal che avrò bevuto a litri. Mi ritorna in mente il margarita che sapeva di sombreri e di sieste. Rivedo Giorgio e Sandy ormai in un altro mondo. Tenersi per mano. Anche lì. Vedo sfrecciare una FULVIA coupè tra i cactus mexicanos. E una BMW arancione nuotare tra i flutti del mare di Tulum. Poi vedo un fumo denso salire da lontano. Uscirmi dagli occhi. E poi una sirena col suo lampeggiante. Dapprima lontano. Poi sempre più vicino. Quei bastardi dei piedipiatti. Mi si sono piantati alle calcagna. Ma io non scappo più. Che mi prendano loro. It’s a feeling good.

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo “L’estate è finita”. Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, “Sotto il cielo di Santiago”, con la Casa Editrice Genesis Publishing. Nel 2018 “Prima che sia primavera” con Il Seme Bianco.
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