PAPILLON, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere. 

Papillon (id., USA/Spagna/Repubblica Ceca, 2017) di Michael Noer con Charlie Hunnam, Rami Malek, Roland Møller, Eve Hewson, Yorick van Wageningen, Joel Basman

Dalle doppie memorie dell’ex-galeotto Henri Charrière, scassinatore incastrato a Parigi all’inizio degli anni ’30 per un omicidio non commesso, già proveniva nel 1973 l’omonima (e ben inscritta nella sua epoca) pellicola di Schaffner con McQueen e Hoffman. Vi ritorna – con un adattamento (di Aaron Guzikowski) leggermente più conciso – il danese Noer, sinora sconosciuto da noi. Il tatuato e roccioso detenuto che tenta più volte di evadere dalla prigione sull’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, ha ora il volto di Charlie Hunnam, mentre il fragile e danaroso falsario Louis Dega, da proteggere dalle angherie carcerarie (soprattutto per fargli finanziare la fuga), è Rami Malek. Volti giusti, personaggi opportunamente tratteggiati, buon grado di coinvolgimento. Certo, non tutti i passaggi della sceneggiatura – considerata la verosimiglianza richiesta oggi da un’opera del genere – sono fluidi: a puro titolo di esempio, la decisione di Dega di scappare con Charrière presuppone che in caso contrario sarebbe rimasto “scoperto” per un lungo periodo (non ci aveva pensato?), non si parla più dei soldi (che dunque non erano finiti per davvero) dopo il naufragio, la morte del giovane Maturette (Basman) è piuttosto gratuita. Per contro, il film è ampiamente riscattato dalla tensione di alcuni passaggi, come il pestaggio in cella (preparato nell’incipit) e la disputa in barca sulla “zavorra” con il pericoloso Celier (Møller).

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