SANTA MUERTE, Consigli di lettura

– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Santa Muerte è il titolo del secondo romanzo di Ettore Zanca, che già con il precedente “E vissero feriti e contenti” ci aveva dato saggio, oltre che di bella scrittura, di profonda capacità di riflessione sulle pieghe, “ferite”, debolezze dell’animo umano e della nostra società.

Santa Muerte è il soprannome di Leonida, un killer prezzolato, uno che vive per assicurare la morte altrui nel modo più rapido e pulito possibile, ovvero senza procurare alcun tipo di problema a chi lo paga per togliere di mezzo qualcuno. Fin qui, niente di strano… di “professionisti” di tal fatta ne è pieno il mondo e anche la narrativa di vario genere.

Ma ciò che differenzia Santa Muerte dai suoi numerosi colleghi è la circostanza che il killer in questione non soltanto ha un’anima (tutti hanno un’anima, persino i peggiori mostri della storia e della letteratura), ma possiede anche una tale capacità di immedesimazione nelle sofferenze e nel dolore delle persone che sta per spegnere, che a un certo punto è come se si fondesse con loro, con le loro paure, i loro desideri, i loro sogni e il loro spirito, come se danzasse una macabra danza rituale che lo spinge a essere parte della vita di ciascuno proprio nel momento in cui ne sta procurando la morte.

Ciò potrebbe apparire una contraddizione, ma non lo è se si considera il “donare la morte” come un atto pietoso, come una liberazione da quell’angoscia esistenziale, dalla violenza e dalla sopraffazione della vita alle quali tutte le potenziali vittime di Santa Muerte anelano a sottrarsi.

Può un killer sentirsi un salvatore? Leonida, nel momento in cui lo conosciamo, è a sua volta in un momento di grande sofferenza per aver perso la donna amata e, forse anche per questo motivo, ha accettato l’incarico di una fantomatica multinazionale affinché si rechi nella città di Labella (un miscuglio di corruzione, violenza e ipocrisia alle quali siamo fin troppo avvezzi) dove un discreto numero di “clienti” lo attende per poter firmare il contratto che metterà fine alla propria esistenza. Sono persone, dunque, che cercano la morte come cessazione delle proprie vicissitudini terrene, come speranza di pace e forse riconciliazione (con il mondo, con la vita, con se stessi, con le persone amate).

E qui accade il piccolo grande miracolo… proprio nel momento in cui sono prossime alla morte, tutte queste persone, ognuna con il proprio pesante bagaglio, cominciano ad amare la vita, pur nelle sue enormi contraddizioni. Si può trovare bellezza anche nelle piccole cose, in quei piccoli istanti di vita quotidiana nei quali non riusciamo a scorgerla, perché troppo implicati e schiacciati dai nostri grandi affanni.

Ed ecco che Santa Muerte diviene donatore di vita, di felicità vera, proprio perché non intessuta dell’artificiosità delle cose, ma dell’autenticità dell’essenza. La grande bellezza è la vita, nonostante tutto.

Parlare di temi forti come la vita e la morte, il desiderio di staccare la spina, il suicidio non è mai facile. Eppure Zanca riesce a farlo con quella leggerezza e quell’ ironia che ci consentono di conciliare la profondità di riflessione con un sorriso sulle labbra.

Un gran bel libro, da leggere sicuramente.

«Per la prima volta il killer si sentì onorato. Per la prima volta il suo soprannome, che sembrava sempre una bestemmia, era invece esattamente aderente, come il costume di Spiderman su Peter Parker: Santa Muerte, l’angelo pietoso della morte. Che portava la pace».

Titolo: Santa Muerte

Autore: Ettore Zanca

Editore: Ianieri Edizioni

Data pubblicazione: 2019

Pagine: 210

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