UNA DONNA, Consigli di lettura

Recensione– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Una donna” è il romanzo autobiografico di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio, detta “Rina”, scrittrice e poetessa italiana, vissuta fra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1906, non a torto viene considerato uno dei primi libri “femministi”. Vi si racconta di un’infanzia e di un’adolescenza vissute fra un padre forte e una madre talmente fragile da essere presto ricoverata in manicomio. Si prosegue con l’abuso subito da giovanissima, che conduce di filato l’autrice al matrimonio riparatore con un uomo egoista e autoritario. Un matrimonio e un’esistenza infelice, fra violenze fisiche e psicologiche subite dal marito, che la spingono persino a tentare il suicidio. L’unica ancora di salvezza è l’amore per il figlio, luce a cui si aggrappa la madre Rina, la quale ancora non è divenuta la donna Sibilla. La donna, però, c’è e soffre terribilmente nella chiusura e nelle pieghe tristi di una vita che non sente appartenerle. E tuttavia Sibilla comincia a venir fuori attraverso gli studi e le prime collaborazioni con riviste femminili. Comincia a farsi strada la consapevolezza che una donna non è, non può e non deve necessariamente essere soltanto moglie e madre. La donna è donna in quanto tale e ha il diritto, come tutti, di aspirare a essere se stessa. L’intellettuale, la poetessa, la scrittrice si fanno largo e a lungo si dibattono con il “dover essere” sociale, che la vuole piegata sempre e comunque al volere di un uomo, padre prima, marito poi. Infine, la decisione più sofferta e drastica, che la vede abbandonare il tetto coniugale, rinunciando per sempre a quello che è l’amore più grande, quello per il figlio. È con queste parole che, alla fine, dopo lo strazio, Sibilla ci spiega i motivi della sua decisione:

«Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»

Ho letto, in vari commenti al romanzo, che tutte le donne dovrebbero leggere questo libro almeno una volta nella vita. Condivido pienamente, ma aggiungo che, a mio avviso, anche e soprattutto tutti gli uomini dovrebbero leggerlo. Oggi, nel ventunesimo secolo, molte cose sono fortunatamente cambiate. Eppure, fra le righe, si percepisce anche un “passato” che veramente passato non è, o almeno non del tutto. Le donne hanno certamente raggiunto ormai larga consapevolezza di se stesse e delle proprie potenzialità. Ma quante volte, nella società di oggi, gli uomini si sentono minacciati da tale consapevolezza? E quante volte le donne sono comunque costrette a scelte dolorose (ad esempio fra carriera e famiglia) solo per mancanza di opportunità reali e concrete? Semplicemente le stesse opportunità che da sempre accompagnano il genere maschile?

Un romanzo femminista, dunque? Non saprei dire se questa sia la definizione giusta. Lo trovo un romanzo che parla del diritto di ciascuno di noi, di ciascun essere umano, a realizzare se stesso aspirando alla propria legittima felicità.

Per consigli su letture e viaggi potete trovare Il giro del mondo con un libro in mano anche su www.facebook.com/ilgirodelmondoconunlibroinmano

©Copyright 2016 by Rita Massaro – All Rights Reserved

Precedente TOMMASO, Recensione di Massimo Arciresi Successivo TRAFFICANTI, Recensione di Massimo Arciresi