UN’ESTATE DI FUOCO, Riflessioni

images– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Ci siamo da poco trasferiti in campagna, per la villeggiatura. Guardo da lontano mio padre, mentre si abbandona felice alle piante del suo giardino. È bello vederlo sereno e non perennemente inseguito da impegni di lavoro. Per un attimo mi sento in pace con me stessa e con il mondo. È solo un attimo, però. Poi, subentra l’ansia, come se dovesse accadere qualcosa da un momento all’altro a distruggere questa sensazione di calma e di pace. Ormai, viviamo tutti con la paura addosso. È un’estate in cui ogni soffio di vento e ogni sirena d’ambulanza ci toglie il respiro. E, infatti, arriva puntuale la notizia, in questo tardo pomeriggio di fine luglio. Vedo gente correre a casa per sentire i notiziari. Io e mia cugina ci guardiamo spaventate. Lei ha gli occhi lucidi, prima ancora di sapere cos’è accaduto. Anche noi corriamo dentro, con il terrore aggrovigliato allo stomaco che ci impedisce quasi di respirare.

Mentre guardo le scene di quella strada distrutta, mi sembra impossibile credere che non appartengano a una guerra che si combatte in qualche paese lontano. E invece è la mia città, la via la conosco. Danno pure il nome sbagliato, all’inizio. Vorrei andare lì e urlare che non sanno niente, che il nome giusto è un altro, che ci ho sostato molte sere lì sotto, con i miei amici, che una mia ex compagna di scuola abita lì, che forse anche la sua casa adesso è distrutta e magari troverà qualche resto umano in mezzo alle piante del balcone. Quel che è certo è che un Uomo giusto, adesso, non c’è più. Lui e i suoi “Angeli” non ci sono più.

E mi torna subito in mente l’immagine di lui, Paolo Borsellino. Mi è rimasto impresso il suo volto sorridente, che esprimeva la sua voglia di vivere, nonostante un’esistenza difficile e un ufficio gravoso più di un macigno sulle spalle. Mi torna in mente quello stesso volto serio e velato da una nota di tristezza, eppure rassicurante… e mi sento come scoperta, senza riparo. Istintivamente corro fuori, cercando mio padre. E penso a quei figli che il padre l’hanno appena perso dilaniato e mi sento quasi in colpa, perché io invece posso rifugiarmi dal mio, nella sua forza di roccia e nel suo grande cuore buono.

Mio padre. Quando gli do la notizia, lo vedo assumere un’espressione amara e contrita. Si siede su un masso, in mezzo a quella terra che ha sempre amato e odiato al tempo stesso. A cosa starà pensando? Si starà forse chiedendo quale sarà il futuro di sua figlia in questo luogo che sa essere così disumano? Forse gli starà balenando il pensiero che l’avermi insegnato l’onestà, da perseguire sempre e a qualsiasi costo, mi renderà la vita difficile qui, più che altrove?

Non so a cosa abbia pensato. In quel momento era lì e mi bastava. Ancora non sapevo che di lì a pochi anni l’avrei perso. Una malattia breve e inguaribile può essere crudele. Mai, però, come una bomba sotto casa. Forse, per quanto il dolore sia ugualmente grande, è più facile accettare la crudeltà della vita che la crudeltà degli uomini.

Comunque, loro rimangono lì. Paolo e mio padre. Quel sottile filo rosso che li lega nel ricordo di quel tardo pomeriggio di luglio. Nessuna bomba potrà mai portarmi via la memoria.

Per consigli su letture e viaggi potete trovare Il giro del mondo con un libro in mano anche su www.facebook.com/ilgirodelmondoconunlibroinmano

©Copyright 2016 by Rita Massaro – All Rights Reserved

Precedente IT FOLLOWS, Recensione di Massimo Arciresi Successivo CELL, Recensione di Massimo Arciresi