VITTORIA E ABDUL, Recensione di Massimo Arciresi

Massimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere.

Vittoria e Abdul (Victoria & Abdul, GB/USA, 2017) di Stephen Frears con Judi Dench, Ali Fazal, Tim Pigott-Smith, Adeel Akhtar, Eddie Izzard, Olivia Williams

Nel 1997 John Madden girò La mia regina, in cui Judi Dench era Vittoria, monarca d’Inghilterra dal 1837 al 1901. La pellicola si concentrava sulla misconosciuta amicizia della sovrana con lo scontroso stalliere John Brown. Dopo aver impersonato – sempre per Madden, in Shakespeare in Love – l’anziana e non meno nota ava Elisabetta, vincendo anche un Oscar, la Dench torna a sedere sul trono della regnante ottocentesca in quel che si potrebbe definire un sequel, diretto da un altro suo regista abituale, Stephen Frears, il quale, giusto per chiudere il cerchio, si era già occupato dell’attuale famiglia reale in The Queen. In un certo senso complementare al recentissimo Il palazzo del viceré, che descrive il successivo distaccamento dell’India dal Regno Unito (e anch’esso può contare sulle eleganti partecipazioni di Michael Gambon e Simon Callow, qui nei panni di Puccini), il film si svolge negli ultimi anni di monarchia (e di vita) della donna, quando incontrò Abdul, giovane commesso di Agra, giunto per onorarla. L’immediata simpatia nei confronti dell’umile ospite sfociò in un insolito rapporto – osteggiato dalla circostante nobiltà classista e piuttosto razzista – all’insegna della curiosità culturale, tra lezioni di urdu e storie ritoccate (a fin di bene?). Opera compositiva, che ogni tanto, stranamente, smarrisce la signorilità, manichea, non eccelsa ma nemmeno priva di sottigliezze. Il co-protagonista Fazal se la cava.

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