AUTISTA… BUSSOLA! Sabino Russo

– IMMAGINE PRELEVATA DAL WEB –

Autista… bussola! 

Il cielo si era fatto di colpo spaventosamente più scuro. Nuvoloni nei quali potevano ravvisarsi le sembianze di inquietanti simboli esoterici o di imponenti figure mitologiche minacciavano pioggia a catinelle. Un buio fitto, infischiandosene dell’orario solare segnato da un ogni onesto orologio, aveva anticipato in pochi istanti l’arrivo della sera più cupa che si potesse mai immaginare. «Era una notte buia e tempestosa…». Solo Snoopy nei suoi racconti aveva previsto ciò che sarebbe fatalmente accaduto da lì a poco. Il mio ombrello, disoccupato da mesi e lasciato col solito ottimismo a casa, dormiva sonni tranquilli insieme ai suoi simili.

Qui da noi non piove quasi mai, e se poi proprio dovesse piovere non te lo vengono a dire prima; semmai te ne accorgi quando arriva l’acqua alta e allora vorresti bestemmiare in veneziano; poi prendi atto che vivi nel profondo Sud e ti accontenti d’usare quelle poche migliaia di termini in vernacolo locale, già ben conosciuti e collaudati e sempre calzanti alla perfezione in simili circostanze estreme. Dopo puntualmente, ovvero quando tutto è già passato, arriva la comunicazione ufficiale: «Eccezionale pioggia e allagamenti a Palermo. Evitate di uscire da casa o anche di rincasare». «E ce ne siamo accorti da soli, esperti del cavolo!»

Era una serata di fine ottobre che pareva volesse mettere la parola fine a una lunga interminabile estate. Visto che ormai tutti sappiamo bene che non c’è più la mezza stagione, avevo indossato la consueta camicia a maniche corte, ma rabbrividivo mentre per distrarmi contavo le auto che passavano o il numero dei balconi di ogni piano di tutti i palazzi a vista, alternando lo sguardo ai riquadri luminosi degli inutili autobus in transito, con la remota speranza che prima o poi venisse fuori, magari anche solo per sorteggio, quello buono per me; e intanto già sognavo abiti di ricambio e pantofole.

Fuori servizio… Deposito… Guasto… 704… 675… 812… neanche buoni per un terno secco. Tanti anni or sono, quand’ero giovane, i numeri degli autobus te li andavi anche giocare, se volevi. In tempi in cui ti potevi solo grattare, ma non vincere, ricordo di un tale la cui unica occupazione era quella di far finta di aspettare un autobus alle fermate più diverse in città per poi accanirsi nel tentare la sua costante mala sorte al lotto. Pare che così facendo fosse riuscito a dilapidare un intero patrimonio e distruggere una famiglia. Ma questa è un’altra storia.

Nell’attesa di questo stramaledettissimo autobus, intanto, a uno a uno, come in un improvvisato flash mob, si andavano raggruppando attorno a me delle strane figure a dir poco preoccupanti. Dario Argento avrebbe di sicuro trovato pane per i suoi denti. Una testa di zucca che si accendeva e si spegneva a intervalli, una vecchiaccia con una ramazza da spazzino ma con minigonna e autoreggenti bene in vista su un paio di enormi cosciotti che avrebbero fatto la fortuna di qualche buon macellaio, un testone brufoloso che aprendo bocca sparava puzzolina, come se non fosse bastata quella già emanata dal resto del corpo, un fantasma bianco sporco con una smisurata linguaccia penzolante da una disgustosa bocca sdentata, uno scheletro e una scheletressa che nell’attesa pomiciavano audacemente e senza alcun ritegno, e dulcis in fundo, una diavolessa con tanto di coda e corna che reggeva in una mano un tridente e nell’altra un gatto nero, vispo e senza guinzaglio.

«Ma cu sunnu tutti chisti? Hann’acchianare un’capo all’autobuss cu’ no’avutri? Bedda matri du’ Signure, io mi scantu!» Mi disse impaurita l’unica persona d’aspetto normale accanto a me, abbozzando un rapido segno della croce. Era una vecchietta con una borsa della spesa troppo grande e quasi vuota, con un ombrello premonitore già aperto per saggia precauzione.

Cercai di confortarla. «Niè… signora, un si scantasse ! Un’ facisse accussì. Si mittisse ‘o lato a mmia. Su’ picciotti. È la notte di Halloween».

«Chi disse? Chi notte è? Unne capiscio io di stì cose. Che sunnu?»

«Ma comu c’iù spego, signora mia! È ‘na festa di giovani. Intanto, mi facissi riparare sotto u’ so’ paracqua, pì cortesia, ca’ accuminciò a chiovere. E grazie tante!»

In un lampo, perché in contemporanea a un tuono assordante arrivò anche quello, un violento scroscio d’acqua si riversò sui belli e sui brutti. Fortuna o sfortuna volle che anche l’atteso numero 101 facesse al fine capolino da una curva e con estenuante lentezza, si bloccasse alla fermata aprendo le bussole dinanzi all’orda barbarica.

Un’impetuosa carica di mostri si riversò per entrare, tutti contemporaneamente e solo dalle bussole riservate all’uscita, causando i soliti parapiglia che oramai non stupiscono più nessuno di noi concittadini, da tempo immemore abituati a queste e ben altre usanze urbane. Mostri che andarono ad aggiungersi ad altri mostri che già affollavano il pur grande mezzo di trasporto. Altre zucche vuote, sottospecie di enormi ragni malefici, bizzarri incroci genetici tra l’uomo ragno e Batman, fattucchiere con serpenti boa attorcigliati al collo, fotocopie multiple del più orripilante zombie modello Thriller di Michael Jackson, un bambino travestito da Brunetta, un brufoloso Bruno Vespa che pareva proprio lui senza alcun trucco, e persino un replicante di ex-cavaliere, con parrucchino artisticamente scapigliato, che stringeva a sé un cagnolino simil-Dudù vivo e scalpitante. Tutti dentro il bus appassionatamente. La pioggia aumentava di consistenza, mischiandosi a un’improvvisa e devastante gradinata. Lampi e tuoni non si facevano desiderare, con spettacolari effetti migliori persino della masculiata finale del festino della Santuzza.

Più di qualcuno, impaurito, ma solo dal maltempo, cominciò a urlare: «Bedda matri! Chista è a bomba d’acqua! Signoruzzu aiutaci tu! Santa Rusulia un c’abbandunare!»

Tra strade allagate e traffico in tilt, l’autobus faceva fatica ad avanzare pochi metri per volta, mentre il temporale continuava a imperversare senza tregua. Nel caos generale, dopo un’inaspettata e rapida apertura e chiusura di una bussola fuori fermata, come un deus ex-machina da tragedia greca si udì all’improvviso il vocione di un controllore. «Signori… per favore, biglietto».

Per tutta risposta si levò compatto un coro: «Dolcetto o scherzetto? Cà un si ne paga biglietto!»

«Picciotti un facemu i furbi. O biglietti alla mano, o scinnite!»

«Ma com’è fuodde? Unnu vire cà stà lampiannu e semu allagati? Scinnisse lei e sa facisse a piedi!»

Come se non bastasse, in quel momento avvenne il peggio. Il cagnolino simil-Dudù avvistò il gatto nero e, sfuggito al controllo dell’ex cavaliere, d’un balzo si slanciò per ghermire la preda. Il gatto fiutò l’immediato pericolo e saltò via dalle braccia della sua corpulenta stregaccia, facendo perdere le sue traccia tra la marmaglia di mostri. Ne seguì un parapiglia. Grida , ammuttuni, bau-bau, cai-cai, miao-miao, risate sguaiate, pianti disperati e un nutrito vocabolario di bestemmie, inclusi svariati neologismi tutti ancora da catalogare. L’autista, già fuori di senno, minacciò di bloccare il mezzo se non si fosse fatto immediato silenzio, supportato dal vocione del controllore, inferocito dal coro delle risposte ottenute alla sua legittima richiesta. L’autobus continuò a farsi largo a fatica, avanzando a velocità di lumaca nel traffico cittadino, sulla strada ormai allagata ben oltre il livello dei marciapiedi. L’inutile e ininterrotto strombazzare dei clacson, in perfetta sintonia con le buone abitudini degli automobilisti di questa città, sempre ben attenti al ribaltamento delle più banali norme comportamentali, completava un quadro a tratti apocalittico.

La vecchietta, in tutto questo trambusto, si accorse appena in tempo di essere giunta a destinazione.

«Autista! I facissi ire avanti ‘sti mostri! Semu tutti ammassati dinanzi a bussola!»

E intanto… «Dudù veni ccà! Unn’isti a finire?» «U’ attu…! Unn’è u’ me attu?»

«Autista!… bussola! Pì cottesia ! Io ‘e scinnire. Arrivata sugnu!» E, a dire il vero, arrivata la povera vecchietta lo era in tutti i sensi.

In un impeto di generosità, ma sopratutto per tirarmi fuori da quell’insopportabile caos, pur trovandomi ancora abbastanza lontano dalla mia meta, mi offrii di aiutare l’anziana signora a scendere dal bus e accompagnarla sino a casa, ben sapendo di dover sfidare quella che pareva essere una prova generale di un nuovo diluvio universale. Tra spinte, imprecazioni e maledizioni inviateci sino alla nostra settima generazione nonché ai più remoti parenti, e, come se non bastasse, funesti auspici di imminenti e umanamente insostenibili sofferenze e sevizie corporali, che non oso trascrivere nel rispetto del comune

senso del pudore dei lettori d’ogni età, riuscimmo a farci largo e per grazia ricevuta anche se insperata da parte dell’autista, raggiungemmo l’uscita. Scampati per miracolo divino al classico scivolone da repertorio sull’ultimo gradino del bus, riuscimmo finalmente a toccare terra, o, per meglio dire, acqua, nonché a evitare di apparire nel giro di pochi minuti in un cliccatissimo filmato su You-Tube, che avrebbe in breve fatto il giro dell’universo telematico. Riparati a mala pena dall’ombrello della vecchina, così come lei sopravvissuto al secondo e forse anche al primo conflitto mondiale, grondanti e pronti per la centrifuga di una qualunque lavatrice funzionante, giungemmo infine davanti al suo portone di casa.

«Mi… ma quantu pisa stà burza!?» sospirò la vecchina con un filo di voce. «Un m’arricurdava accussì pesante! Sugnu fatta vecchia e un ma firu cchiù ! Finalmente m’arricampai, ringraziando u’ Signoruzzo, e grazie pure a vossia, che fu tanto gentile. Ma… Vuliti acchianare? Vu puozzo offrere un bicchierino i’ rosolio? Un facisse complimenti».

Rifiutai con cortesia e, mentre lei con passo incerto s’arrampicava lentamente per superare gli otto gradini che la dividevano dal suo appartamento all’ammezzato, rimasi ancora un po’ a sgocciolarmi al riparo nel portone, aspettando che passasse il peggio. Dell’autobus, dei suoi mostri, del controllore esasperato e dell’autista esaurito non saprei dirvi di più. Ciò che posso raccontare, invece, è che da quella sera un cagnolino simil-Didù e un gattino nero giocano a rincorrersi, mangiano, bevono, dormono e se la spassano allegramente, tenendo compagnia a una piccola cara vecchietta che ha finalmente smesso di sentirsi sola.

Sabino Russo

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