MAFFEZZONI, Salvatore Maragliano

creole (4)Salvatore Maragliano è medico chirurgo toracico. Oltre alla passione per la sua professione, nutre altre due grandi passioni: la scrittura e il mare. Questo suggestivo racconto, che ho il piacere di condividere con voi, le comprende entrambe. Anche i due disegni che corredano il racconto sono di suo pugno.

M a f f e z z o n i

Si chiamava Maffezzoni, il “cummenda” armatore di quello splendido Yawl del 1938 su cui mi ero imbarcato, dietro insistenza del mio amico Luca, per una crociera in Croazia.

Alto, corpulento, sui sessanta mal portati e di carnagione rosacea, incarnava la quintessenza delle caratteristiche proprie all’imprenditore lombardo. Gli stessi requisiti, insomma, che ne determinano il successo negli affari: arroganza, cinismo e presunzione, il tutto amalgamato in una glassa di delirio di onnipotenza.

Eravamo appena saltati a bordo, io e suo nipote Luca e, mentre percorrevamo la distanza che ci separava da lui, lo vedevo agitarsi a indicare ripetutamente un osteriggio a un giovane in maglietta a righe orizzontali bianche e blu.

Man mano che il suo sgradevole gracchiare si materializzava sotto forma di parole comprensibili, capii che stava oltraggiando quel ragazzo che non reagiva a causa dell’età, carattere e condizione. Sembrava che fosse colpevole di non aver pulito bene l’acciaio di un osteriggio che, per inciso, era luccicante.

Certuni, anche in vacanza, non resistono al connaturato impulso di aggredire il prossimo.

Che lo facciano nel lavoro, a scopo di difesa o di affermazione personale, lo si può anche capire, non dico giustificare. . .

Ad animare un simile comportamento c’è, secondo me, una grande sete di considerazione e un grave disagio interiore, ma questa è una storia realmente accaduta, non un saggio di psicologia! Andiamo ai fatti.

I sospetti nutriti sul ponte, a quel primo incontro, furono tragicamente confermati giù nel quadrato. Laggiù, seduto su un comodissimo divano, che non ne avrò mai uno così comodo a casa mia, capii che accettando l’invito di Luca, adesso seduto al mio fianco a sorbirsi anche lui lo zietto, avevo commesso un tragico errore.

I primi convenevoli percorsero la sola tematica che, fin dall’età del bronzo, ha permesso agli uomini di studiarsi vicendevolmente prima di stabilire se farsi simpatia o detestarsi: la meteorologia.

Anche su quell’argomento Maffezzoni non si smentì: nessuno al di fuori di lui aveva capito qualcosa sulla situazione climatica in quel momento e in quel settore dell’adriatico; ci aspettava una settimana di tempo sereno, tutt’al più turbato da insignificanti brezze locali.

Ho visto gli alberi in alluminio e i boma avvolgibili” – gli dissi per rompere il ghiaccio.

Creole” – cominciò – “fu progettata e costruita nel 1938 in un cantiere svedese. . . ”

Quant’è lunga?” chiesi io, divertendomi a interromperlo.

Notai con soddisfazione di essere riuscito a irritarlo con la mia interruzione. Stavo, di certo, guastando il suo copione. Probabilmente la versione chic del suo romantico amore per quella barca, salvata da sicura rovina e scovata in chissà quale angolo del mondo in condizioni quasi di disarmo e bla, bla, bla. . .

Rispose secco e nervoso: “21 metri e 20 centimetri fuori tutto e 14 metri e 30 al galleggiam…”

Quanto stazza” – rintuzzai subito, esibendomi con coraggio nel mio sport prediletto: tartassare di domande con finto interesse per rompere le palle e vedere l’effetto che fa.

Tggrrrrentadue tonnellate!” – suonò dura la risposta, con il suo accento meneghino carico di erre nordiche.

-“Superficie velica?” – incalzai, con il tono più impertinente che riuscii a sfoderare.

Luca, aggrappato saldamente ai braccioli della poltrona, osservava come in un match di tennis quello scambio serrato di domande e risposte. Aveva un’ espressione tesa.

Fosse stato per Maffezzoni, me ne sarei andato lo stesso pomeriggio, senza alcuno scrupolo.

Sette giorni a sorbirsi quel tipo sarebbe stata, come poi fu per altri versi, una esperienza da lasciare una profonda cicatrice. Ma non potevo farlo per Luca che aveva progettato la crociera da mesi.

Centottanta metri quadri quando gli alberi erano in legno, pino dell’Oregon, per l’esattezza”.

E adesso, con gli alberi in alluminio?” rintuzzai, dando corda al commendatore che si andava scaldando.

L’albero maestro è più alto di novanta centimetri e quello di mezzana di trenta centimetri rispetto al progetto originale. Adesso la superficie velica è di ben 195 metri quadri e, in più, la barca ha i boma avvolgibili con meccanismi motorizzati! Se prima ci volevano almeno dodici marinai per far muovere questa bambina, adesso ci si può navigare anche in cinque!”

Come era possibile che tanta bellezza fosse finita in mani così rozze e insensibili? Mi aveva subito colpito lo stridore intollerabile tra teck, mogano, ottoni e quel freddo albero di alluminio. Ero sconvolto. L’alluminio, un metallo privo di anima, aveva preso il posto del “pino dell’oregon” che un tempo era stato materia viva, quasi animata e resinosa, immolata per creare un capolavoro di grazia, eleganza e velocità sul mare. Un vero scempio!

Se cerchi una barca tecnologica e non sai rinunciare alle comodità che il progresso ti può regalare, non devi comprare una barca svedese del 1938 e massacrarla. Rivolgiti a un cantiere moderno!

Forse, tra tutti gli oltraggi, Maffezzoni aveva impartito il peggiore possibile a “Creole”.

Aveva asportato il cuore della barca e l’aveva sostituito con una protesi.

Scovai Creole cinque anni fa a Oslo, in un vecchio cantiere fallito” – proseguì il commenda – “lo scafo è in mogano dell’Honduras con ordinate in quercia e acciaio. La coperta è in teak di Burma. La barca fu progettata dall’architet. . .”

Quanto pesca?” – mi premurai subito di interromperlo.

Due metri e settanta!” – rispose, secco, l’armatore che cominciava a mostrare segni di irritazione.

Sarà stato per scaricare un poco della aggressività accumulata nei miei confronti o per reale senso dell’ospitalità, Maffezzoni decise di offrire un caffè.

Sulla scrivania era installata una rastrelliera di campanelli numerati. Dette un colpetto al campanello numero tre e ne uscì un gling-glong in codice. Con la stessa uniforme blu e la medesima maglietta che avevo notato addosso al ragazzo che il “cummenda” aveva strigliato in coperta, comparve una donna di corporatura robusta, ma formosa. Emanava una grande energia. Evitava di fissare chiunque di noi con i suoi begli occhi scuri.

Uee Provvidenza, facci un caffettino, su in fretta, che i ragazzi devono andare a divertirsi!” – disse Maffezzoni alla donna e poi, quando si era allontanata non tanto da non udire – “Gran bel culo quella Provvidenza, una siciliana purosangue, sapete?”

In un tempo brevissimo Provvidenza preparò e servì, sempre a occhi bassi, un eccellente caffè.

Per andare in città prendete il barchino di un marinaio tutto pelle e ossa che vi porterà in dieci minuti esatti dall’altra parte del porto, sennò ci mettete tre quarti d’ora! Io lo chiamo Caronte. Fa questo servizio per pochi soldi. È un servizio statale” – concluse Maffezzoni.

Scendemmo in banchina con un salto. In quella sera di maggio l’aria era tersa e i profili delle colline apparivano netti. Creole era ormeggiata quasi all’estremità del lungo molo frangiflutti. Io e Luca ci fermammo un attimo ad ammirare l’elegante poppa a spillo della barca da cui eravamo appena scesi. In lontananza, dall’altro lato dell’ampia darsena, stava Zara con le sue luci, appena accese, tremolanti attraverso l’aria tiepida e limpida. Non arrivava alcun rumore nonostante fosse visibile un intenso flusso di automobili. Per raggiungerla a piedi da quel punto avremmo dovuto percorrere tutta la lunghezza del molo frangiflutti, un paio di chilometri di strada che costeggiava il lungomare fino all’altra parte del golfo. Per il poco tempo a disposizione decidemmo di imbarcarci sul barchino di “Caronte”, anche se consigliato dal “commenda”.

Avevamo poco più di venti anni io e Luca e la stessa passione per la vela. Il nostro morale era alle stelle perché sapevamo che quello yacht ci avrebbe regalato delle sensazioni uniche, tali da far passar sopra persino su quella peste dello zio.

Sul riflesso rosa pallido di quel mare quasi oleoso distinguemmo, ben presto, il profilo di una barca che avanzava verso di noi. Oltre all’uomo ai remi, che vogava in piedi, c’erano tre persone, due uomini ed una donna.

Senza dubbio era lui, Caronte con la sua barca. Secco e alto, pantaloni neri e camicia bianca, remava calmo, come tutti i marinai del mondo sanno fare, scaricando il peso del corpo in avanti, sui remi, senza apparentemente impiegare fatica, forse perché a fare lo sforzo è il loro stesso peso e non le braccia. I passeggeri scesero con un allegro vocio. Si trattava di turisti imbarcati su scafi da diporto come noi.

Ci avvicinammo alla barca grigia e l’uomo ci disse che sarebbe ripartito per Zara alle 19,30.

Prendemmo posto. In breve giunsero altri passeggeri e Caronte, che parlava italiano e francese, oltre al croato, fece prendere posto alle persone da un lato o dall’altro a seconda del loro peso.

Il servizio costa mezza kuna” – spiegava a ciascuno dei nuovi avventori.

Alle 19,30 la barca conteneva sei passeggeri più il nostro marinaio. Questi mollò la cima d’ormeggio e cominciò a remare con metodo, rispondendo con educazione alle domande, per lo più idiote, che gli rivolgeva qualcuno dei passeggeri, una turista in particolare.

Le luci della città si avvicinavano a ogni colpo di voga. Per cinque minuti l’unico rumore fu quello dei remi contro gli scalmi. Poi, pian piano, si udirono e aumentarono i rumori della città. L’odore del pittosforo s’impadronì dell’aria. Alle 19,40 eravamo attraccati alla banchina illuminata a giorno, lo stesso Caronte si premurò di avvisarci che l’ultima corsa sarebbe stata alle 22 e che la prima della mattina successiva sarebbe ripartita alle 07,15 dell’indomani, da quello stesso punto.

Grande città Zara, pittoresca, piena di angoli affascinanti. Ricordo molte strade in salita e tanti bar e tratto-bettole piene di gente. Ce la spassammo quella sera. Tornammo sbronzi a bordo, verso le due del mattino, quindi a piedi. Ci mettemmo tre quarti d’ora, contro i dieci minuti del traghettaggio con la barchetta.

Anche se hai 22 anni, svegliarti alle sei del mattino dopo aver bevuto birre, vino bianco, Slivovitz e dormito soltanto quattro ore, rimane sempre una tragedia.

Uscito dalla mia cabina incontrai Provvidenza, che mi invitò a salire per fare colazione. In coperta, a poppa, era stato apparecchiato un tavolo in legno, di quelli in mogano, con le gambe a crociera.

Lì c’erano seduti Luca e Maffezzoni che avevano già iniziato a mangiare.

Venga, venga!” – mi incoraggiò il commendatore, con il solito tono declamante – “. . . che oggi ne avremo di energie da spendere! Faccia una bella colazione. Preferisce tè o caffè?”

Accettai il tè, che dopo le sbornie va meglio del caffè.

Mentre Provvidenza portava la caraffa del tè ricordai della sera prima. Mi venne in mente quella pacca sulla natica, data in presenza degli ospiti, quasi un’ affermazione di possesso del vecchio porco su quella donna che non aveva reagito se non accendendosi in viso.

Erano le sette e trenta circa e fremevano i preparativi per mollare gli ormeggi. Anzi, dovevano essere le sette e venticinque in punto perché vedemmo spuntare, dalla nebbiolina di quel mattino, Caronte con la sua barchetta grigia e un solo passeggero a bordo. E su quel marinaio ci potevi regolare l’orologio.

Fatto scendere l’unico avventore, invece di rimanere seduto ad aspettare, Caronte scese e si diresse verso Creole. Arrivò col suo passo un poco dinoccolato e ci chiese se avevamo intenzione di partire.

Cosa vuole, adesso, questo pirla di un pezzente morto di fame?” – mormorò Maffezzoni e poi, a voce alta e irritata – “Sì, stiamo partendo. Perché?”

L’uomo in banchina indicò il livello attuale dell’acqua e dopo fece notare, quasi un metro sopra sulla massicciata della banchina, il segno del livello che il mare aveva avuto la sera precedente. “Quando l’acqua scende così tanto, dopo massimo sei ore qui viene fine del mondo!”

Senti Caronte, valle a raccontare a un altro le tue balle, lo sai cosa un satellite? Vieni, su, tieni questi che sei un brav’uomo, anche se sei troppo superstizioso”. Gli diede un biglietto da venti kune che il marinaio, pur nella sua immensa dignità, non era in condizione di rifiutare.

Augurò buon viaggio, alzò le spalle e si avviò verso la banchina dove già alcuni passeggeri lo aspettavano. La nebbia del mattino non consentiva ancora la visione dell’altro lato del porto. Zara era ancora invisibile.

Pochi minuti dopo, il borbottio del motore, un Volvo Penta da 175 cavalli, si trasformò in rombo ottuso e Creole si staccò dal suo ormeggio. L’ostruzione del porto era proprio vicina e lasciammo presto la zona portuale. La nebbia interessava soltanto la zona della città. Quando, finalmente, cominciò una brezza da dieci nodi Maffezzoni si convinse a tirar su le vele. Io e Luca partecipammo fisicamente alla manovra che, con l’ausilio dei potenti winches, fu sorprendentemente facile.

La brezza, dopo un’ora diventò vento, da NE.

Con quindici nodi di vento fresco e tutte le vele a riva, inclusi controfiocco e vela di strallo di mezzana, Creole faceva undici nodi. L’unico mio rammarico era non poter ammirare quello scafo dall’esterno. Sarebbe stato uno colpo d’occhio da mozzare il fiato.

Ci sono degli spettacoli che faranno sempre emozionare qualsiasi uomo di qualsiasi tempo. Un bel corpo, un cavallo che corre, un aereo che decolla e, indiscutibilmente, un veliero a vele spiegate.

Quando la brezza divenne vento eravamo distanti circa cinque miglia da Zara, ma le colline e il paesaggio erano così nitidi e scintillanti da dare l’impressione di essere ancora distanti due miglia. Si distingueva benissimo l’insegna rossa LUXARDO, sopra l’edificio giallo della fabbrica del maraschino, l’unico vero Maraschino, ora e sempre nei secoli dei secoli.

Venti nodi di vento fecero inclinare Creole e lo portarono alla velocità di 14 nodi. In quello stesso momento un tintinnio e un fragore di ferraglia segnalò lo spostamento, sottocoperta, di tutte le stoviglie, sistemate con troppa disinvoltura in regime di non navigazione.

Rinfresca” – commentò Maffezzoni – “Ragazzi, avvolgiamo un poco quel boma della vela maestra!”

L’ordine fu eseguito materialmente da verricelli elettrici e, ridotta la velatura, Creole limitò lo sbandamento.

Da dove fossero spuntate quelle nuvole non so dirlo, o meglio comparvero dal lato orientale dell’orizzonte. Erano nuvole che non preannunciavano nulla di positivo. Sembravano torri e, in basso, erano grigie.

Noialtri ci dirigevamo verso Ovest, quindi scappavamo da esse, ma non abbastanza in fretta perché le vedevamo avvicinarsi.

Fossimo stati a terra, quella cellula temporalesca gravida di fulmini che accendevano di luce gialla le nubi nere sarebbe stata anche uno spettacolo da ammirare, ma non era così perché, come ebbe a dire Maffezzoni: “Madunnina , quel temporale ci sta inseguendo!”

Il sole ci lasciò e, quasi nello stesso momento, arrivò un vento gelido dalla stessa direzione delle nuvole. Cominciò, presto, la schiuma sulla cresta delle piccole onde che andavano formandosi.

Maffezzoni ordinò di avvolgere ulteriormente il boma e di ammainare il controfiocco e la vela di strallo di mezzana. Se potevo essere d’accordo sul primo ordine, non lo fui sull’ammainamento delle vele di strallo. Ma, ahimè, il verricello elettrico dell’avvolgiboma andò in corto e Creole si trovò a dovere affrontare quelle raffiche da 35 nodi con un albero maestro soprainvelato.

Per avvolgere il boma manualmente ci dovevamo mettere prua al vento, così Maffezzoni, dopo averci istruiti sulle manovre da eseguire insieme ai marinai ingaggiati, cominciò a orzare per portarsi in quella posizione. In breve tempo, il corto fetch dell’adriatico e i suoi bassi fondali avevano fatto sì che l’onda, già frangente, avesse un’ altezza di buoni quattro metri.

Il momento più rischioso era quello in cui Creole si sarebbe trovata con le onde al traverso. Quando superammo quella fase mi sentii sollevato.

Maffezzoni stava cercando di tenere la prua al vento con l’aiuto del motore. Quando eravamo già con mare e vento al mascone, ma poco prima di esser prua a vento, arrivò la sferzata. Una raffica spaventosa accompagnata da grandine. Fece quasi coricare la barca. Fu un attimo, il fragore di vetri rotti e i tonfi di varie suppellettili, sedie, poltrone e quadri fu nulla rispetto al frastuono terrificante causato dalle frustate delle sartie e dall’abbattimento dell’albero maestro che si piegò in due con il contemporaneo squarcio della vela.

Nessuno si era fatto male e questo era già un miracolo. Maffezzoni cominciò a bestemmiare e a dare ordini inconsulti. Oreste, il marinaio che non aveva saputo usare bene il sidol il giorno prima, scese di corsa sottocoperta e dopo un minuto uscì con una tronchese e un’ascia che pendevano dalla cintola.

Salì sull’albero maestro e assicurò il moncone superiore dell’albero a una cima, prima di completarne la sezione a colpi di ascia e tronchese. Il moncone penzolava così, trattenuto dalla cima e dalla vela squarciata solo in parte.

Nel mentre era stato avvolto in gran parte il boma della vela di mezzana e lasciato solo il controfiocco. Con questa velatura Creole navigava stabilmente e in sicurezza. Luca aveva preso la ruota e aveva invertito la rotta dirigendosi nuovamente verso il porto di Zara. Sotto la grandine Oreste fece calare il moncone dell’albero fino ad altezza d’uomo.

Lui, Maffezzoni, assisteva ammutolito a quelle operazioni.

La crociera era terminata. Stavamo rientrando, dopo sole sette ore, nel porto di Zara.

Pensai con divertimento, lo dissi poi a Luca, che Creole forse avrebbe presto riavuto i suoi begli alberi in pino dell’Oregon.

Alla banchina si era radunata una piccola folla, colpita dall’ingresso di quel veliero mutilato e tanto curiosa da non curarsi della pioggia.

Il servizio di traghettaggio da un capo all’altro della darsena era interrotto con quel tempaccio. Così c’era anche Caronte in banchina, sotto la grandine. Gli lanciai una delle cime di ormeggio che lui assicurò velocemente a una bitta.

Maffezzoni, intabbarrato nella sua incerata, stava seguendo le operazioni di ormeggio e incontrò lo sguardo del vecchio marinaio. I due si fissarono molto a lungo, intensamente, senza scambiarsi una sola parola.

Caronte mantenne fissi i suoi limpidi occhi azzurri anche qualche secondo dopo che Maffezzoni aveva distolto lo sguardo, chinando il capo.

Ne sono certo, non c’era aria di soddisfazione nel suo viso, ma vera, autentica compassione.

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo “L’estate è finita”. Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, “Sotto il cielo di Santiago”, con la Casa Editrice Genesis Publishing. Nel 2018 “Prima che sia primavera” con Il Seme Bianco.
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