CAINO E ABELE, Stefania Agnello

donna-incinta-23455518– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Oggi ho il piacere di farvi leggere questo racconto della scrittrice e poetessa Stefania Agnello, dal titolo “Caino e Abele”, selezionato per essere inserito nell’antologia (WO)MEN IN GIALLO – Brividi alla tastiera, del Gruppo Letterario delle [email protected], a cura di Costanza Bondi e Viviana Picchiarelli – Jean Luc Bertoni Editore.

In trentadue storie, dalle cifre stilistiche e narrative profondamente eterogenee, gli autori e le autrici selezionati, ci conducono attraverso le infinite declinazioni di uno dei più affascinanti generi letterari, regalandoci brividi in punta di tastiera”.

Caino e Abele

Avevo due figli, ma non li amavo allo stesso modo. Il primo era perfetto, il secondo no.

Fino a trent’anni circa, la mia vita era stata normale. Piuttosto borghese, direi. Un contesto familiare sereno, una laurea in scienze motorie, l’impiego presso una palestra e per finire il matrimonio perfetto e l’arrivo di un bambino desiderato, sano e bello. Poi era arrivato quell’altro figlio e tutto ciò che fino ad allora mi era sembrato consolidato divenne straordinariamente labile, perduto per sempre.

Il giorno che venne al mondo era cominciato nel modo peggiore. Una brutta caduta sul pavimento bagnato mi provocò la frattura del bacino e la rottura delle acque. Un’ambulanza a sirene spiegate mi trasportò in ospedale mentre mi contorcevo per le doglie e il dolore. Li supplicavo che mi sedassero, ma quelli del pronto soccorso erano troppo impegnati a stabilire se ricoverarmi in ostetricia o in traumatologia. Poi, finalmente, come una liberazione, calò l’oblìo.

Mi fu praticato un cesareo d’urgenza e il bambino fu trasferito in neonatologia. Mi dissero che, essendo nato prematuro, doveva stare nell’incubatrice qualche giorno. Al risveglio dall’operazione ero immobilizzata a letto, mi fu impedito di allattarlo e di tenerlo in braccio. Non chiesi nemmeno di vederlo, in fondo non avevo fretta di conoscerlo. Alla stregua di un problema, non mi dispiaceva che me lo tenessero lontano.

Alla fine, lui fu dimesso dall’ospedale molto prima di me e quando tornai a casa, quel bambino, allevato da mani altrui, mi era praticamente estraneo. Perfino il suo odore mi appariva sconosciuto, non trovavo in lui nulla di familiare, né conoscevo le sue abitudini. Tutto ciò alimentava dentro di me un vago senso di colpa, che serpeggiava ogni qualvolta mi interrogavo sulle sue esigenze. Com’era possibile che l’istinto, una guida infallibile con il primogenito, mi avesse totalmente abbandonato? Nemmeno con l’esperienza della seconda maternità potevo sopperire a quel deficit!

Con grande rammarico mi resi conto che non si trattava di una sensazione legata alle circostanze in cui era avvenuto il parto o al fatto che il nostro rapporto parentale era iniziato con notevole ritardo, era piuttosto un disagio, le cui radici affondavano nelle profondità oscure del mio inconscio. Ricercai una spiegazione plausibile nella teoria delle affinità elettive tra esseri umani, mi sforzai di credere che non ci fosse niente di male se un genitore instaura relazioni diverse nei confronti dei figli. Mi chiedevo se fosse lecito parlare di incompatibilità di carattere tra genitori e figli. Ma ci stavo male.

In breve, la frustrazione che mi attanagliava finì per trasformarsi in depressione, uno stato d’animo con il quale mi ero rassegnata a convivere. Ero precipitata in un baratro a spirale, nel quale sprofondavo vorticosamente sempre più in basso. Mio marito, che mi era sempre stato accanto fin dall’inizio di quest’ultima gravidanza, finì per stancarsi. L’unico che riusciva ancora a strapparmi qualche raro sorriso era il nostro bambino, il maggiore dei miei figli.

E più mi struggevo e meno comprendevo quella creaturina che giorno dopo giorno si affacciava alla vita e alle sue misteriose scoperte. Non capivo niente di lui, né cosa pensava, né cosa avrebbe fatto nell’arco di cinque minuti. Lo accudivo, al pari di una bambinaia, non come una madre. Mi concentravo affinché non gli mancasse nulla, ma non provavo slanci nei suoi confronti e, in termini affettivi, chiunque avesse a che fare con lui era più espansivo di me. In pochi anni quel bambino si trasformò in un adolescente introverso e taciturno, con un rendimento scolastico discontinuo.

Un giorno accadde che mi trovassi ad osservare i due fratelli, uno accanto all’altro, mentre tornavano dalla scuola. Ciascuno aveva il suo carico di libri ed affanni sulle spalle. Il più grande, però, camminava a testa alta con lo sguardo fiero e sicuro di sé, l’altro invece, sebbene di statura poco inferiore, era curvo come un punto interrogativo, trascinava i piedi dalle punte divaricate e celava buona parte del viso al riparo dei ciuffi di capelli. Non potevano essere più diversi di così!

Caino e Abele!” – esclamai. E mi voltai intorno con aria colpevole per assicurarmi che nessuno mi avesse sentito. La brutalità di quell’accostamento, affiorato alla mia mente e sputato fuori con veemenza, aveva turbato perfino me stessa. La voglia rabbiosa di cancellare metà di quell’immagine pian piano cedette il posto allo sgomento. Sapevo che Caino, prima o poi, avrebbe ucciso Abele…

—–

Mamma! No… Che hai fatto? Mio Dio! Aiuto! Aiuto!” – urlava con orrore Abele.

—–

Ora sono qui e ho tutto il tempo che mi occorre per ricordare.

La psicologa del carcere mi ha messo a conoscenza di ogni dettaglio. Ha spiegato anche al giudice, per filo e per segno, come sono andate le cose e l’avvocato mi ha allargato le braccia. Non mi avrebbero mai concesso l’infermità mentale, meglio il patteggiamento.

Ora sono sola con me stessa e con i miei fantasmi. Ho chiuso gli occhi per tanti anni, ho fatto finta di non vederli, ma loro sono sempre stati accanto a me. Mi sussurravano cosa fare, mi dicevano che dovevo amarlo, perché lui era mio figlio e io ero sua madre… L’ho fatto a lungo, troppo a lungo. Poi è arrivato il momento di dare una svolta alla storia. Non potevo permettere che Caino continuasse ad uccidere!

Mi hanno consigliato di scrivere una lettera, dicono che potrebbe farmi bene.

Figlio mio,

chissà quante volte ti sarai chiesto cosa mi sia capitato quel giorno. Ti avranno detto che sono diventata pazza, oppure hanno parlato di esaurimento nervoso o schizofrenia… Credilo pure, se ti fa stare meglio! Ciò che è accaduto doveva succedere molto tempo fa: il male andava estirpato, prima che irrompesse nella nostra famiglia e nella nostra vita. Il male era stato seminato nel mio ventre, si era nutrito del mio sangue e aveva assunto perfino le mie sembianze. L’ho allevato come un figlio, ho lasciato che crescesse accanto a te. Sono stata ingannata dai sensi di colpa, ma io non potevo amarlo! E quel giorno, tutto si è compiuto! Ti chiedo perdono…

Con infinito amore

tua madre”

Ecco fatto, l’ho scritta! Non è che poi mi senta tanto meglio… Chiudo la busta e la ripongo nella cassetta del materiale di lavoro delle sedute di psicoterapia.

Toc! Toc!

Chi è?” – domando con una certa sorpresa. Non è ora di pranzo, né ora di visite (peraltro poco frequenti da queste parti!).

C’è posta per te!” – dice la guardia con un risolino idiota attraverso lo spioncino della cella e mi porge una busta, aperta come al solito per l’ispezione di prassi.

Sorrido e penso che oggi, nell’era di Internet, tutta questa corrispondenza epistolare è piuttosto insolita, ma qui dentro è tutto diverso. In fondo, il fruscìo della carta è qualcosa di concreto ed ogni lettera emana un odore tutto suo.

Questa lettera però è incolore. Non c’è intestazione, né mittente. Tiro fuori un foglio A4 ripiegato in tre e do un’occhiata al testo. E’ scritta con un PC ed è priva di qualsiasi segno grafico, nemmeno la firma. Non ho idea di chi me l’abbia mandata e forse non ho voglia di leggerla. Non sarebbe né la prima, né l’ultima missiva che ricevo da quando sono rinchiusa qui. Mi è arrivato di tutto: dagli insulti alla solidarietà degli psicopatici, dalla curiosità professionale dei giornalisti all’accademismo dei criminologi. Eppure questa lettera ha una caratteristica insolita: nella prima riga l’autore esordisce con un “Sono io”. Ciò farebbe pensare ad una conoscenza personale… Basta, decido di leggerla!

Sono io.

Ti scrivo nel mio ultimo giorno di reclusione. Da domani tornerò ad essere un uomo libero, libero in tutti i sensi! Ho visto una tua foto sul giornale, quella che ti hanno scattato il giorno dell’arresto. Non sei cambiata tanto da quella notte… Te ne ricordi? Dicono che il trauma ti abbia provocato una perdita della memoria…”

Non riesco ad andare avanti. Perché come un lampo che squarcia la notte tutto mi è chiaro, ho capito chi scrive: è quel bastardo! Ricordo ogni cosa. Erano le undici di sera di quindici anni fa. Tornavo a casa dal lavoro, stanca e desiderosa di abbracciare il mio bimbo. Lui mi conosceva e conosceva le mie abitudini. Aveva pianificato ogni cosa, mi ha drogato e violentato. Poi mi ha lasciato lì per terra, come un rifiuto ingombrante. E’ stato mio marito a ritrovarmi che, preoccupato per quell’insolito ritardo, mi era venuto incontro. Quando ho riaperto gli occhi, ero in ospedale, ma non ricordavo nulla di ciò che era accaduto e non avvertivo alcun dolore in particolare. Mi dissero che ero scivolata e che avevo sbattuto la testa. Ma ho sempre pensato che quella non fosse tutta la verità. Nove mesi dopo, veniva alla luce il mio secondogenito. In fondo, ho sempre saputo la verità…

La verità? Quale verità?

Un altro lampo all’improvviso squarcia la mia mente ottenebrata e finalmente è tutto chiaro.

Ricordo amaramente, eppure sorrido. Penso che la storia ha avuto la sua rivincita. Questa volta è stato Abele ad uccidere Caino!

Chi è Caino, chi è Abele? L’unica certezza rimane Eva, la madre. E la madre non più cieca, sarà muta.

Ora sì che va meglio!

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