LA PORTA CHIUSA, Rita Massaro

Questo racconto è stato finalista nel 2018 al contest letterario #tiraccontounquadro della rivista letteraria Readerforblind. Il racconto è stato pubblicato sul sito della rivista. Buona lettura!

LA PORTA CHIUSA

Ho sempre sognato di essere una ballerina.

Tutto è cominciato da quel quadro, quello famoso, Ballerine alla sbarra di Degas. Ricordo che ce n’era una copia appesa in soggiorno, a casa della nonna. Io trascorrevo interi pomeriggi a guardarla. Mi affascinava tutto di loro. I corpi flessuosi, le gonne di tulle, quel movimento leggiadro che sembrava venir fuori da un momento all’altro dal dipinto. Loro non erano donne, erano angeli, corpi celesti che svolazzavano nell’aria portando armonia e bellezza in questo mondo grigio e crudele. Io volevo essere una di loro.

Per un periodo abbastanza lungo ritagliavo tutte le figure di ballerine che trovavo sui giornali e le collezionavo dentro una scatola. Ogni tanto le tiravo fuori e le facevo ballare. Poi i miei nonni mi regalarono per Natale la Barbie ballerina. Il regalo più bello della mia vita. Mandai le figurine di carta in soffitta e cominciai a far ballare la bambola.

Questi ricordi lambiscono la mia mente e mi portano un sorriso a fior di labbra, mentre la voce della metro annuncia che la prossima fermata è la mia. Scendo al volo, facendomi spazio tra la folla. È l’ora di punta e io sono in ritardo. Corro verso l’uscita, non dimenticando di salutare con un cenno della mano il mio amico Silas. In realtà, non so come si chiami realmente, è sordomuto dalla nascita e credo che non abbia mai imparato a leggere e scrivere. Io, però, l’ho sempre chiamato così e lui mi è sembrato contento. Riesce a leggere le labbra e si fa capire a gesti. Quando posso gli lascio sempre qualche monetina nella ciotola, quando ho più tempo gli compro un panino o qualche pezzo di rosticceria e gli faccio compagnia finché non ha finito.

L’aria frizzante del mattino mi scompiglia i capelli e mi riempie i polmoni. Cerco di non pensare allo smog che viene introitato insieme all’ossigeno. Vivo in una grande città e bisogna farsene una ragione. I clacson e il rombo dei motori delle auto mi sfiorano appena. Io corro verso la mia meta, il teatro. Oggi abbiamo le prove generali e io sono in ritardo.

Quando arrivo sento già le urla di Gian Mauro, il coreografo. È infuriato con le ballerine che fanno i loro comodi e che pensano di essere insostituibili. Temo che stia parlando di me e tremo al pensiero di essere sostituita. Invece scopro che ce l’ha con Stella, la prima ballerina. Ha il ruolo della principessa Aurora, nella Bella Addormentata. Io fuggo verso i camerini, prima che si accorga anche del mio ritardo. Indosso il più in fretta possibile il costume della fata Lilla e mi fiondo in scena in mezzo a tutti gli altri. Nessuno, comunque, bada a me. Stanno cercando invano di rintracciare Stella. Non risponde al cellulare. A casa dicono che è uscita al solito orario per venire in teatro. Le sarà successo qualcosa? Una fiammella di speranza si accende dentro di me. In caso di indisposizione della prima ballerina dovrei essere io a sostituirla… certo, mi dispiacerebbe se si fosse sentita male, ma in verità non troppo. Non è mai stata simpatica a nessuno. È brava, ma anche arrogante e piena di sé. Gian Mauro finalmente sembra accorgersi di me. «Va’ a cambiarti» mi ordina. «Non possiamo perdere altro tempo! Tu sarai Aurora. Laura prenderà il tuo posto». Io e Laura, senza fiatare, corriamo in camerino a cambiarci. Quando torniamo sul palco, l’atmosfera è tesa, nell’aria si respira elettricità. Una parola o un gesto fuori posto e potrebbe scoppiare il finimondo. Parte la musica ed è tutta un’altra storia. Io mi lascio andare, mi libro nell’aria come una farfalla. Sento le mie ali battere al ritmo del suono. Tutto è di nuovo armonia e bellezza, come nel quadro di Degas. Volano così due, tre ore. Non saprei dirlo con certezza, ho perso la cognizione del tempo. Solo lo spazio è importante, quello spazio in cui mi muovo danzando e sono libera, finalmente me stessa.

A un certo punto, però, la musica si ferma. Sono entrati in platea due uomini, di cui uno è in divisa. Poliziotti! Dunque deve essere accaduto qualcosa di brutto a Stella. Qualcuno mormora che hanno ritrovato il cellulare e la sua borsa in uno dei camerini. L’hanno cercata in tutto il teatro, pensando che avesse avuto un malore. Non l’hanno trovata e nessuno l’ha vista stamattina… è sparita, come se si fosse volatilizzata. Ci stringiamo attorno a Gian Mauro. «Ragazzi», ci dice. «Dobbiamo interrompere per una mezz’oretta. Il tempo di rispondere a qualche domanda, giusto per chiarire questo piccolo mistero». Sorride, ma si capisce che è preoccupato e lo fa solo per sdrammatizzare.

A turno veniamo interrogati dai due investigatori. Fanno le solite domande di routine in questi casi, proprio come nei film. Cosa sappiamo di Stella, in che rapporti siamo con lei, quando l’abbiamo vista per l’ultima volta, se ha un ragazzo o se ha litigato con qualcuno. Quello senza divisa è il capo, è giovane e anche abbastanza carino. L’agente lo chiama ispettore Rinaldi. Quando è il mio turno. Prima di parlare, mi guarda fisso con quei due occhi neri che sembrano bucare la pelle. Non riuscirei a nascondere niente a uno così.

«Stella non ti piace molto, vero?»

«Come fa a saperlo?»

«Non piace a nessuno di voi».

«Infatti, è antipatica. Ma non significa che la farei sparire».

«Neanche per prendere il suo posto nel balletto?»

«Neanche».

«Però la cosa non ti dispiace».

«No, non mi dispiace». Gli sorrido e lui ricambia il sorriso. Forse apprezza la sincerità, ma sospetta di me.

«Conosci il suo ragazzo?»

«Fabrizio? Solo di vista…»

«Che tipo è? Vanno d’accordo?»

«È il tipo da Stella. Bello, un po’ stupido e terribilmente geloso. Litigano spesso per questo».

«Credi che potrebbe averle fatto del male?»

«Certo. Tutti possiamo fare del male se abbiamo un buon motivo».

Mi sorride ancora, l’ispettore. Poi mi si avvicina un po’ troppo, considerato il ruolo che ricopre. Ha un buon odore.

«Accompagnami al suo camerino» mi sussurra. «Voglio vedere dove hanno trovato i suoi effetti personali».

«Non sono io che li ho trovati» obietto.

«Non fa niente» mi dice, con uno sguardo allusivo.

Gli faccio strada verso il retro del palco. Attraversiamo i lunghi corridoi fino alla zona dei camerini. Mi segue a breve distanza. Entro in quello utilizzato da Stella. All’interno non c’è nessuno. Devono aver inibito l’accesso, perché di solito è pieno di gente. Le sue cose sono appoggiate sul tavolinetto, davanti allo specchio, come sempre. C’è anche un rossetto che le ho regalato per il suo compleanno. Per la prima volta sento che potrebbe esserle accaduto qualcosa di male. Un leggero brivido mi percorre la schiena. Non riesco proprio a provare dolore o dispiacere al pensiero. Forse un po’ di tenerezza, ricordandola bambina. Lui sembra intuire le mie emozioni. È facile giudicarmi, vorrei gridargli. A lui e al resto del mondo. Vorrei proprio vedervi al mio posto! Eppure, non c’è solo rimprovero nel suo sguardo. È attratto da me, lo avverto come un raggio di sole che mi riscalda la pelle. Lo so cosa pensa. Che sia del tutto normale che io sia attratta da lui, ma io non credo che sia così. Ora siamo talmente vicini che riesco a sentire il suo respiro.

Dei colpi alla porta ci impediscono di toccarci, interrompono il corso degli avvenimenti, il flusso dei pensieri. Dapprima sono colpi leggeri, poi sempre più forti e insistenti. Non rispondo. Poi, odo dei passi che si allontanano. La mia mano indugia sulla rivista patinata che stavo sfogliando, sulla pagina su cui è stampato il quadro di Degas. La stessa mano scivola, poi, sulla manovella della mia sedia. La dirigo verso la porta, giro la chiave, la socchiudo. Mia madre sta parlando con una sua parente, venuta a trovarci.

«Sta sempre lì dentro, dietro quella porta chiusa» dice con voce lamentosa.

«Ma che fa tutto il giorno?»

«Non lo so… legge, pensa. Lo psichiatra dice che si rifugia in un mondo tutto suo, di fantasia… una sorta di fuga dalla realtà, che l’aiuta ad affrontare il dolore».

«Alla fine per lei è un bene, no?»

«Mah… il dottor Rinaldi dice che quando le fantasie diventano seriali, si rischia di non vivere più nel mondo reale. Dice che dovrebbe uscire, incontrare gente… ma dove andiamo? Non siamo mica a Stoccolma. Tanto per cominciare ci sono le auto parcheggiate sui marciapiedi. E le strade sono ingombre di immondizia. Si parla di barriere architettoniche, e già quelle sono tante, ma insieme a quelle bisognerebbe abbattere le barriere mentali. Questa non è una città per gente come lei…»

«E un lavoro? Non hanno l’obbligo di chiamarli?»

«È iscritta nelle categorie protette da anni, ormai. Ma c’è sempre qualcuno che viene prima di lei…»

«E Stella come sta?»

«Lei sta bene. Per adesso è tutta presa dai preparativi del matrimonio…»

«Ah, con quel bravo ragazzo… come si chiama? Fabrizio, mi pare…»

«Sì. Scusa, devo rispondere al cellulare… ciao Gian Mauro. Come? Stasera non puoi venire? Ah, capisco. Un imprevisto. Allora domani? Alla stessa ora. Va bene. Glielo dico io… era il fisioterapista. Oggi non può venire».

Bene. Ho già udito abbastanza. Gian Mauro non viene e io me ne torno nel mio mondo. Vadano al diavolo tutti. Chiudo a chiave la porta. Mi avvicino alla finestra e guardo fuori. Se solo avessi il coraggio di prendere il volo da quassù. Un volteggiare nell’aria come le ballerine di Degas… pochi secondi e sarebbe tutto finito. Guardo giù e vedo, all’angolo della strada, il mio amico Silas. Sta seduto sul marciapiede, come tutti i santi giorni, e non sa che quassù c’è qualcuno che gli vuole bene. Ciao Silas…

Torno alla mia rivista. Le ballerine mi hanno stancato e anche il quadro di Degas. Volto pagina. La pubblicità di una compagnia aerea. Le assistenti di volo sono bellissime. Così eleganti nelle loro divise, con i capelli raccolti e i cappellini che sembrano delle barchette capovolte.

Ho sempre sognato di essere un assistente di volo.

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo "L'estate è finita". Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, "Sotto il cielo di Santiago", con la Casa Editrice Genesis Publishing. Nel 2018 "Prima che sia primavera" con Il Seme Bianco. Potete contattarmi su Facebook al seguente link: https://www.facebook.com/ilgirodelmondoconunlibroinmano

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