LA SOCIETA’ DEI FIGLI PERFETTI, di Lucia Forabosco

– IMMAGINE PRELEVATA DAL WEB –

Oggi ho il piacere di farvi leggere un interessante articolo dell’amica Lucia Forabosco, le cui riflessioni sul tema proposto hanno preso spunto dalla lettura di un brano del mio romanzo. Di ciò ovviamente sono felice e orgogliosa, ma soprattutto condivido in pieno le conclusioni finali di Lucia, alle quali giunge dopo attenta analisi, scaturita dalla propria esperienza professionale e di vita.

Sotto il cielo di Santiago di Rita Massaro è, come lo definisce l’editore, “ un romanzo emozionale e introspettivo”. Una ricerca di sé della protagonista, Marianna, in un viaggio nell’America Centrale, incontrando povertà ma anche calore umano e allegria, che scuoteranno la sua apatia e rimuoveranno le sue difese mentali che si esprimono in sintomi fatti di fobie e ossessioni.

Ci colpisce nei libri quello che trova riscontro nel nostro animo e a volte ci permette di dare una risposta a nostri personali interrogativi. A pagina 88 ho sottolineato una frase che si è inserita come un tassello perfetto a completare un puzzle nella mia mente: “… Forse la nostra è soltanto vigliaccheria che si cela sotto la forma di rispetto per gli altri. Noi siamo portati a nascondere il dolore agli occhi della gente, quasi come fosse una vergogna…” Proprio così. Quanti di noi, me compresa, non ha mai confidato neanche in famiglia il dolore, l’insuccesso, la paura? Pensandoci bene, però, questa vigliaccheria è dovuta al fatto che la società occidentale ci pretende forti e vincenti; guai a mostrare una qualche debolezza… Ognuno è solo con i suoi problemi e con le sue paure. Come sarebbe più bella la nostra vita se ci potessimo spogliare di tutto ciò e ci sentissimo liberi di essere come loro, i Cubani: “… Loro invece no, tendono a condividerlo, così come si condivide la gioia di un evento. Il dolore fa parte della vita quanto la felicità e non hanno paura di mostrarlo, come non hanno paura di mostrare la felicità…” Queste frasi che ho sottolineato sono il tassello che mi mancava: personalmente io ho sempre corrisposto ai canoni richiesti dalla nostra società: niente debolezze e se ci sono non se ne parla, si nascondono. Avevo letto in passato un libro che tratta in modo romanzato questo argomento: La classe di Erich Segal (autore del più famoso, ma meno interessante Love Story) La classe è quella degli studenti, matricole nel 1954 ad Harvard, la “migliore” università d’America. “Chi studia ad Harvard si porterà nella vita qualcosa che li differenzierà dagli altri”, ma tutto il gruppetto di ragazzi che viene seguito nel romanzo, spinto a quella scuola dalle ambizioni familiari perché la società americana pretende il meglio, scopriranno pesantemente a loro spese che “La sola materia che non si insegna nella più prestigiosa università americana è come essere felici nella vita…”

Ma questa lettura appassionante, pur chiarendo quanto sia sbagliata questa pretesa di perfezione e pur avendomi mostrato che non è tutto oro quello che luccica, non aveva risposto ai miei interrogativi: perché io non riesco a parlare delle mie debolezze? In quanto in questo romanzo viene analizzata una fetta di società cui è difficile paragonarsi. Nel libro di Rita Massaro, in quelle righe sottolineate c’è la risposta: non sono solo io che, per un difetto di fabbrica, sono così… lo siamo tutti, chi più chi meno, ed esiste l’alternativa: essere come i personaggi che si incontrano nel suo romanzo, quelli che compongono una società più semplice e ai quali non viene chiesto di mostrare solo forza e sicurezza, ed è per questo che, nonostante povertà e arretratezza, sono più felici di noi.

Tutto ciò, proprio mentre scrivo, mi fa tornare alla mente una cosa che avevo notato e mi aveva incuriosito molto negli anni scorsi nel mio lavoro di medico: avevo notato anche con un certo fastidio, lo confesso, che le pazienti di un Paese molto più disagiato del nostro a differenza di quelle italiane, per un piccolo, quasi inesistente dolore come quello di un’iniezione o un prelievo, facevano delle scene e non si vergognavano a mostrare la paura. Non ne capivo la ragione e avevo pensato che essendo loro abituate a una vita dura, fosse l’unica occasione questa della “malattia” per lasciarsi andare. Sarà così, ma capisco ora che forse la ragione è anche che non si pretende da loro di mostrarsi sempre forti, sicuri e vincenti come succede a noi.

In “Sotto il cielo di Santiago” i problemi di Marianna sono legati in parte ai sensi di colpa per aver deluso le aspettative paterne, mentre quelli di Riccardo, il ragazzo di cui è innamorata al contrario sono dovuti all’aver annullato i propri desideri per non deludere la famiglia e solo alla fine, dolorosamente riesce a realizzare i suoi sogni.

A conclusione: se per i nostri figli smettessimo di paragonarli ai figli degli altri e di farci delle aspettative sui loro successi secondo le nostre ambizioni e smettessimo anche di spingerli e spronarli continuamente al massimo? Forse ne faremmo delle persone non perfette, meno rispondenti ai nostri sogni, ma credo più felici.

Lucia Forabosco

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