NON SEPPI MAI, Stefania Agnello

5– FOTO PRELEVATA DAL WEB –

Oggi ho il piacere di condividere con voi un racconto bello e toccante della scrittrice e poetessa Stefania Agnello, vincitrice di innumerevoli concorsi letterari fra cui la 1° Edizione del Premio Letterario “AG Noir” 2015, con il racconto “Lei sì che era bella”, e il Premio Letterario Nazionale “Ignazio Russo” 2015, con la poesia “Il sublime rifiuto” (per citarne solo alcuni).

Caro Fabrizio,

ora che ti ho trovato, ti racconto una storia.

Non seppi mai

Non seppi mai perché accadde.

Camminavo spedita verso la scuola. In testa si accavallavano centomila formule e definizioni, pronte a sfilare impettite nel compito di fisica, che mi aspettava a prima ora. Il solito percorso con i soliti edifici, il solito palazzone triste del Tribunale e quell’unico semaforo, ostacolo alla mia marcia. Aspettando il verde, mi soffermavo spesso ad osservare chi, come me, era in attesa di attraversare la strada. C’era chi giocherellava con il telefonino, chi scalpitava come un purosangue prima di una corsa, chi tossicchiava infastidito quando il mio sguardo curioso si attardava nell’osservazione.

Avevo trasformato questo appuntamento costante in un invito al gioco, al quale dedicavo quegli attimi freschi del mattino, quando la mente, ancora pura, è pronta a soffermarsi su questioni astratte che, poi, nel resto della giornata, dimenticherà del tutto. Un gioco statistico, elaborato ricorrendo a due o tre calcoli matematici, che mi consentiva di formulare il mio teorema dell’imbarazzo. Sì, lo so, era sfrontato da parte mia fissare insistentemente una persona che non conoscevo, ben oltre il limite di un’occhiata furtiva, ma era divertente e mi aiutava a sopportare il peso dello zaino e la paura delle interrogazioni. Nessuno, fra i pedoni che mi passavano accanto ogni giorno, aveva mai adottato un comportamento difforme da quello che prevedeva il mio teorema.

Tutti tranne uno.

Giovanni era quel signore di mezz’età che portava il cane a spasso nei giardinetti della piazza e poi si sedeva sulla panchina a sfogliare un quotidiano, come se nella vita non avesse null’altro da fare. Era lui l’unico fallimento del mio teorema ovvero, per non essere troppo drastica, l’eccezione che conferma la regola. Se ne stava assorto nella lettura qualunque cosa accadesse intorno, qualunque rumore sentisse, ma soprattutto non rispondeva al mio test. E questa cosa era davvero molto strana.

Il primo giorno che lo vidi, notai che una buona metà del suo volto era nascosta dall’ampio cappello calcato sulla fronte, che gli dava un’aria da cowboy di città. Non passava inosservato nemmeno il suo abbigliamento. Indossava un ampio impermeabile dal taglio antiquato e dei mocassini insolitamente lucidi per una passeggiata al parco. Gli occhiali rotondi e piccoli, appena poggiati sulla punta del naso, evocavano l’immagine di un intellettuale o di un musicista. In ogni caso, una cosa era certa: il tempo scorreva per lui in modo diverso da qualunque altro comune mortale. Niente sembrava turbarlo.

Non avrei saputo dire da quanti giorni fosse lì, ma ormai mi ero abituata alla sua presenza e quando svoltavo l’angolo allungavo il collo per vedere in anticipo se c’era. Ogni mattina sperimentavo il mio giochino, aggiungendo di tanto in tanto qualche piccola variante per far sì che entrasse in contatto visivo con me. Ma niente da fare, non ci sono mai riuscita.

In quella bella giornata di primavera inoltrata, però, non lo vidi. Non era seduto sulla solita panchina. Come mai? Me lo chiesi ripetutamente, anche se mi rendo conto che non aveva senso farsi tante domande su uno sconosciuto. La sua assenza, tuttavia, mi fece passare la voglia di andare avanti con il mio passatempo e quella mattina lasciai perdere. Mi venne voglia di chiamare qualcuno, magari mia madre, giusto per un po’ di compagnia, ma avevo dimenticato di chiedere a papà di ricaricarmi il telefonino e il credito residuo era all’osso. Pazienza! Beh, se non altro, ormai ero quasi arrivata (potevo già vedere la cancellata della scuola) e lì avrei trovato qualche compagna per chiacchierare o, meglio ancora, avrei incontrato Giancarlo, il bello della 5a B che, da una settimana circa, era incredibilmente single…

Porca miseria! Ho dimenticato il foglio protocollo per il compito!” – esclamai ad alta voce, parlando con me stessa. “Che sbadata, come faccio, ora?”. Con la mano sulla fronte e la bocca storta per il disappunto, mi accorsi che dal lato opposto stavano arrivando Sabrina e Federica e loro, si sa, sono molto più precise di me. Non dimenticano mai nulla. “Una di loro, almeno, ce l’avrà un foglio da prestarmi?”. Mancavano dieci minuti al suono della campana di ingresso, mi avviai verso di loro per chiederglielo.

BUUM! CRASH! BUUM!

Un volo scomposto mi separa dalla terra e un calore bruciante mi avvolge. Una sola immagine: l’uomo dei giardinetti sulla panchina abbassa il giornale e, per la prima volta, mi guarda e mi sorride, poi il sorriso diventa una risata, poi la risata una fragorosa sghignazzata e, infine, un ululato sempre più acuto, assordante, che s’innalza sempre di più fino al silenzio, verso il buio, nell’infinito.

Mi chiamavo Melissa. Avevo sedici anni e stavo per entrare a scuola.

Brindisi, 19 Maggio 2012.

Non seppi mai perché accadde.

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Mi chiamo Rita Massaro. Sono una persona curiosa. Mi piace scoprire gli innumerevoli volti del mondo e le infinite possibilità della vita. Per questo leggo e viaggio. Ogni tanto le mie perlustrazioni scatenano la mia immaginazione. E scrivo. Ho pubblicato nel 2011, con la Casa Editrice Absolutely Free, il mio primo libro, un romanzo di formazione dal titolo “L’estate è finita”. Nel dicembre 2016 è stato pubblicato il mio secondo romanzo, “Sotto il cielo di Santiago”, con la Casa Editrice Genesis Publishing.
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