VICTOR – LA STORIA SEGRETA DEL DOTTOR FRANKENSTEIN, Recensione di Massimo Arciresi

12987939_1011238602257327_1090718166_nMassimo Arciresi è critico e giornalista cinematografico, conduttore su Radio Spazio Noi – In Blu, dal 1997, della rubrica settimanale “Uscita di Sicurezza”. Ha collaborato con i quotidiani “Il Mediterraneo” e “L’Ora”, ha diretto il quindicinale sul tempo libero “TrovaPalermo” e attualmente scrive per il mensile “L’Inchiesta”. Appassionato di fumetti e lingue straniere.

VICTOR – LA STORIA SEGRETA DEL DOTTOR FRANKENSTEIN (Victor Frankenstein, USA/GB, 2015) di Paul McGuigan con Daniel Radcliffe, James McAvoy, Jessica Brown Findlay, Andrew Scott, Freddie Fox, Charles Dance

Ennesima rivisitazione del classico di Mary Shelley (la penultima, firmata da Bernard Rose e ambientata ai giorni nostri, è transitata per le sale italiane nemmeno un mese fa). Cominciamo da un chiarimento, per alcuni necessario: Frankenstein, come si evince dal titolo originale di quest’opera del discontinuo McGuigan (capace di alternare il dignitoso Gangster nº 1 e l’acuto Slevin – Patto criminale ai compiaciuti The Acid House e Push), è il cognome dell’ambizioso scienziato che vuol contrastare l’ineluttabilità della morte, non il nome della sua mastodontica e infelice creatura. Ed è proprio sulle buone intenzioni e sui sensi di colpa che sfociano in follia dell’ottocentesco sperimentatore (interpretato da un McAvoy gigione ma efficace) che s’impernia il film in esame, filtrato dal punto di vista inedito del fedele ed esperto assistente, l’ex-gobbo Igor (Radcliffe, che prova ancora ad “affogare” nell’horror l’imperituro ricordo del suo Harry Potter). I primi minuti promettono (al netto di qualche espediente abusato – tipo il ralenti – nelle scene d’azione): il deforme co-protagonista salva l’amata trapezista da morte certa e fugge dal circo insieme al provvidenziale medico appena conosciuto. Con lui lavora all’utopistico progetto di cui sopra (e la scena della dimostrazione universitaria ha il suo perché), che purtroppo nello script del figlio d’arte Max Landis è sviluppato poco brillantemente. Un’involuzione, ahinoi.

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